Inserito da Avitto il 13 Marzo 2011 in News
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Pasta

Con la dieta mediterranea:
no alla sindrome metabolica,
sì a un cuore sano

Adesso non ci sono proprio più dubbi: degli effetti benefici della dieta mediterranea si era già a conoscenza, ma l’ultimo studio pubblicato sull’argomento sul Journal of American College of Cardiology conferma che oltre a tenere a bada l’insorgenza della sindrome metabolica, l’alimentazione mediterranea riesce a contenere l’obesità addominale, i livelli del colesterolo “cattivo” HDL e dei trigliceridi, i valori della pressione sanguigna, il metabolismo del glucosio e risulta connessa a un minor rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, obesità e alcuni tipi di cancro. E, inoltre, è associata a un minor rischio di mortalità per tutte le cause. Lo studio è una meta-analisi che preso in considerazione i risultati di 50 studi sulla dieta mediterranea, per un totale di una popolazione studiata di circa mezzo milione di soggetti.

“La prevalenza della sindrome metabolica è in rapido aumento in tutto il mondo, in parallelo con la crescente incidenza di diabete e obesità, ed è ora considerata un importante problema di sanità pubblica - spiega Demosthenes Panagiotakos, del Dipartimento di Scienze della Dietetica e della Nutrizione dell’Università Harokopio di Atene, che ha guidato lo studio -. La sindrome metabolica è una delle principali cause dell’insorgenza delle malattie cardiovascolari. Per questi motivi la prevenzione di questa condizione è di notevole importanza”.

La dieta mediterranea è caratterizzata, spiegano i ricercatori, da un elevato consumo di acidi grassi monoinsaturi, principalmente olive e oli di oliva; consumo quotidiano di frutta, verdura, cereali integrali e latticini a basso contenuto di grassi; consumo settimanale di pesce, pollame, frutta a guscio e legumi; consumo relativamente contenuto di carne rossa e un moderato consumo giornaliero di alcol, di solito durante i pasti. L’unica via d’uscita contro malattie cardiache e sindrome metabolica: “Incoraggiare l’assunzione di un modello alimentare sano come la dieta mediterranea accompagnata da uno stile di vita attivo - suggerisce Panagiotakos - sembra essere una pietra miliare nello sviluppo di strategie di sanità pubblica per la prevenzione della sindrome metabolica e delle malattie cardiovascolari”.

di Miriam Cesta (10/03/2011)


Inserito da Avitto il 12 Marzo 2011 in News
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La dieta giusta per restare giovani

La battaglia antietà si vince a tavola. E gli uomini italiani sono più attenti delle donne a questa valenza del cibo: assumono rispetto a loro una maggior quantità di antiossidanti. 

Lo indica una ricerca compiuta dall’ Osservatorio Nutrizionale Grana Padano sulle abitudini alimentari di un campione di circa 4000 persone di età superiore ai 40 anni.

In media gli uomini introducono più acido ascorbico, carotenoidi, licòpene, retinolo, tocoferolo e zinco, rispetto alle donne di pari età; ma anche così quasi un terzo di loro risulta comunque “scoperto” rispetto agli apporti di antiossidanti raccomandati.

L’invecchiamento precoce della pelle è uno dei segnali più conosciuti e visibili dello stress ossidativo causato dai radicali liberi, molecole prodotte naturalmente dal corpo umano, che sono a loro volta causa di molte patologie. L’organismo di una persona sana è attrezzato per fare fronte allo stress ossidativo difendendosi con un proprio sistema chiamato sistema antiossidante, composto, tra le altre, da sostanze quali la vitamina E, la vitamina C, i carotenoidi, i polifenoli, le antocianine, ed altre ancora, che normalmente vengono introdotte con l’alimentazione, e ci permettono, se assunte in sufficiente quantità, di neutralizzare l’ eccesso di radicali liberi che aggrediscono le cellule, provocando danni più o meno gravi.

“Avere un’alimentazione equilibrata e ricca di antiossidanti - spiega la dott.ssa Michela Barichella, responsabile della Struttura di Dietetica e Nutrizione Clinica ICP di Milano e presidente dell’Associazione italiana di Dietetica (ADI) Lombardia - aiuta a combattere l’invecchiamento precoce delle cellule, non solo quelle cutanee, che possono creare dei problemi estetici, ma anche quelle nervose, responsabili di vere e proprie patologie, anche importanti, come le malattie neurodegenerative”.
“La cosa interessante emersa dallo studio dell’OGP – sottolinea Barichella - è che i fumatori, che producono una quantità maggiore di radicali liberi e avrebbero quindi bisogno di potenziare il proprio sistema di difesa, introducono invece quantità più basse di sostanze antiossidanti rispetto ai non fumatori “.

Il consiglio è dunque quello di rivedere le proprie abitudini alimentari, non solo introducendo  alimenti che esercitano un’azione protettiva nei confronti dei radicali liberi, come frutta e verdura, ma anche andando a modificare comportamenti scorretti che possono aumentarne l’attività, come il seguire una dieta troppo ricca di grassi animali o di ferro. Gli alimenti più “dannosi” in assoluto sono quelli ricchi di lipidi ed in particolare di acidi grassi polinsaturi: pesci grassi, olii vegetali, frutta secca, anche se, fortunatamente, la natura ha saputo associare a tali nutrienti elevate quantità di vitamina E, in modo da neutralizzare, almeno in parte, la formazione di radicali liberi.


I CONSIGLI DEGLI ESPERTI PER UNA DIETA ANTI INVECCHIAMENTO
Cosa mangiare nello specifico:
- Cereali integrali (pasta, pane, fette biscottate etc.). In particolare, il grano integrale è ricco in vitamina E, vitamine del complesso B, carotenoidi, zinco, rame, selenio ed altri oligominerali.

- Legumi, almeno due tre volte la settimana, e preferibilmente con la buccia, perché essa é ricchissima di fitati e polifenoli antiossidanti.

- Verdura, almeno 2 porzioni al giorno. In particolare, gli ortaggi che contengono più antiossidanti sono quelli di colore verde scuro (crescione, rucola, spinaci, broccoli, foglie di rapa, foglie di ravanello,cavolo verza, cavolo nero, agretti, bietole ecc), quelli “piccanti”, come l’aglio, il porro, lo scalogno e la cipolla (che però perdono le loro proprietà con la cottura) e quelle colorate, come i peperoni rossi e gialli, il cavolo rosso, le carote arancione scuro, la zucca gialla, il pomodoro rosso (ottima fonte di licopene) e la barbabietola rossa. Ottima anche la salsa di pomodoro cruda, in bottiglie al naturale.

- Frutta, almeno due porzioni al giorno. Occorre sceglierla matura, meglio se acidula o colorata (giallo-rosso-bluastro-nero): arance, albicocche, pompelmo, mandarini, more, mirtilli, uva nera, prugne nere, fragole, ciliegie, pesche a polpa gialla, ananas, kiwi, cachi ecc. La buccia, in particolare quella degli agrumi, contiene la maggior parte degli antiossidanti pertanto, quando edibile, non andrebbe tolta, naturalmente a patto che si conosca l’origine del prodotto e lo si lavi accuratamente.

- Oli vegetali, a crudo (soprattutto extra vergine d’oliva e soia spremuti a freddo), da preferire ai grassi animali. L’olio d’oliva è molto sensibile alla luce, pertanto perde più antiossidanti (steroli e polifenoli) in bottiglie di vetro chiaro, meglio quindi conservarlo in bottiglie di vetro scuro.

- Pesce, piuttosto che carne, senza trascurare l’apporto di zinco dato dai formaggi stagionati

Accorgimenti per preservare gli antiossidanti presenti negli alimenti:
- Cuocere poco, e il più brevemente possibile. Consumare ad ogni pasto molti alimenti crudi o appena scottati. Diminuire il tempo di cottura immergendo le verdure in pochissima acqua (effetto vapore).

- Non lasciare mai il cibo all’aria e alla luce, a temperatura ambiente, ricordandosi di riporlo in frigorifero.

- Le verdure vanno prima lavate, poi tagliate o affettate.

- Evitare fritture, specie di carne e pesce.

- Non bruciare o brunire i cibi arrosto.

- Legumi e cereali integrali in chicchi perdono meno ossidanti se cotti in pentola a pressione. Utilizzare, magari con adattamenti e semplificazioni, le ricette della tradizione contadina.

  


Inserito da Avitto il 3 Febbraio 2011 in News
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NEL SANGUE UN NUOVO BIOMARCATORE DEL CANCRO POLMONARE
 
Analizzare la quantita’ di Dna ‘libero’ nel sangue per diagnosticare il grado di sviluppo del cancro ai polmoni. E’ questo l’obiettivo degli esperti dell’Universita’ Politecnica di Valencia, in Spagna, che in uno studio pubblicato su Journal of Thoracic Oncology, hanno rilevato il legame tra l’avanzare della malattia e la presenza di acido desossiribonucleico nel flusso sanguigno.
La ricerca, condotta su 446 pazienti affetti da tumore polmonare, ha dimostrato l’esistenza di una relazione tra la velocita’ di progressione della patologia e la quantita’ di Dna circolante nel flusso sanguigno: maggiore e’ la sua concentrazione, piu’ grave risulta lo stadio di sviluppo tumorale. La scoperta, spiegano gli studiosi ”potrebbe rappresentare un valido aiuto per diagnosticare e monitorare lo sviluppo del cancro ai polmoni”. Per approfondimenti
 


Inserito da Avitto il 7 Dicembre 2010 in News
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Cancro del seno, una mammografia all’anno se è familiare

Quasi 7 donne su 10 tra i 50 e 69 anni si sono sottoposte nel 2009 a uno screening per la prevenzione del tumore al seno con la mammografia. Una percentuale rimasta sostanzialmente stabile rispetto al 2007 e 2008 in Italia, come rileva il rapporto Passi dell’Istituto superiore di sanità (Iss) appena pubblicato. Tuttavia molte donne si sottopongono a questo esame già prima dei 50 anni e questa è probabilmente una buona strategia preventiva, da ripetere ogni anno per le donne a medio rischio familiare di cancro mammario. In questo sottogruppo, infatti, controlli precoci e ravvicinati potrebbero ridurre la mortalità. La tesi scaturisce dagli esiti dello studio FH01, prospettico e a braccio singolo, realizzato in 76 centri della Gran Bretagna, volto a valutare l’effetto della familiarità per cancro mammario sulla screening mammografico. Sono state coinvolte 6.710 donne, a rischio familiare intermedio e di età inferiore a 50 anni, sottoposte a mammografia annua per una media di quattro anni, i cui dati sono stati confrontati con quelli di due coorti esterne non inserite in programmi di screening: il gruppo di controllo dell’UK Age Trial (109.671 donne di età tra 40 e 42 anni, dalla popolazione generale, seguite per 10 anni) e uno studio scozzese di donne con familiarità per ca mammario. In 136 partecipanti è stata effettuata una diagnosi di carcinoma mammario; in 105 (77%) durante lo screening, in 28 (21%) sulla base della sintomatologia, nell’intervallo tra gli esami, e in tre (2%) sempre sulla base dei sintomi, dopo la mancata partecipazione all’ultima mammografia. Nello studio FH01 i tumori invasivi sono risultati significativamente più piccoli, con minore probabilità di avere linfonodi positivi, e di grado più favorevole rispetto a quelli del gruppo controllo dell’UK Age Trial, e mostravano una probabilità significativamente minore di avere linfonodi positivi rispetto ai tumori rilevati nello studio scozzese. Il valore stimato di mortalità, calcolato sulla base del punteggio medio Npi (Nottingham prognostic index) è risultato minore in modo significativo nella coorte FH01 rispetto al gruppo controllo dell’UK Age Trial e allo studio scozzese. Dopo correzione per i rischi sottostanti, la mortalità stimata a 10 anni è apparsa significativamente inferiore nella coorte FH01 (1,10%) rispetto al gruppo controllo dell’UK Age Trial (1,38%). 

Lancet Oncol, 2010 Nov 17. [Epub ahead of print]

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Reumatologia
Artrite reumatoide, biologici a confronto sulla scarsa risposta

Nei pazienti affetti da artrite reumatoide con inadeguata risposta al metotrexate, il ricorso a farmaci anti-Tnf appare efficace quanto quello degli altri biologici, tranne nel caso di abatacept, rispetto al quale risultano superiori. In caso, invece, di scarsa risposta agli anti-Tnf si segnala solo la superiorità di rituximab rispetto a tocilizumab. Sono queste le conclusioni di una metanalisi di 19 trial clinici randomizzati, realizzata da Carine Salliot, del Mount Sinai hospital, university of Toronto (Canada), e collaboratori, con lo scopo di paragonare l’efficacia dei diversi biologici (agenti anti-Tnf, rituximab, abatacept, tocilizumab) nei pazienti affetti artrite reumatoide in fase attiva e con inadeguata risposta al metotrexate oppure agli anti-Tnf. Dall’analisi dei dati è risultato che, nei pazienti senza adeguata risposta al metotrexate, gli anti-Tnf presentano la stessa probabilità di raggiungere una risposta Acr50 (miglioramento del 50% secondo i criteri dell’American college rheumatology) di tutti gli altri biologici considerati complessivamente. Se invece si analizzano i singoli agenti farmacologici, gli anti-Tnf dimostrano una maggiore probabilità di conseguire un Acr50 rispetto ad abatacept, ma non in confronto a rituximab e tocilizumab. Nei pazienti poco responsivi agli anti-Tnf, invece, rituximab ha mostrato una maggiore probabilità di ottenere un Acr50 rispetto a tocilizumab, ma non rispetto a golimumab o altri biologici. 

Ann Rheum Dis, 2010 Nov 19. [Epub ahead of print]


Inserito da Avitto il 30 Novembre 2010 in News
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Screening cinese del cancro cervicale con il test Hpv Dna

In base ai dati del Cervical cancer screening group in China, il test del Dna del papillomavirus umano (Hpv) ad alto rischio si rivela altamente sensibile e moderatamente specifico per le lesioni Cin di grado 3 o peggiori. Un aumento del punto di cut-off potrebbe rivelarsi benefico per i futuri programmi di screening in Cina, specialmente quando sono coinvolte donne con un’età inferiore a 35 anni. Queste le indicazioni che scaturiscono dall’analisi combinata di 17 studi trasversali per un totale di 30.371 donne cinesi sottoposte a screening con il test di Hpv Dna. Tutte erano sessualmente attive, in assenza di una storia di neoplasia cervicale intraepiteliale, cancro cervicale o irradiazione della pelvi. Di queste, 1.523 sono state escluse per l’inadeguatezza dei campioni raccolti o perchè non si è proceduto all’accertamento bioptico. Gli autori dello studio, Fang-Hui Zhao, del Collegio medico di Pechino, e collaboratori, segnalano innanzitutto che le prestazioni del test sono risultate superiori in termini di sensibilità e inferiori in termini di specificità rispetto alla citologia e alla Via (ispezione visiva della cervice con acido acetico). La sensibilità si è infatti attestata sul 97,5% per l’identificazione dei Cin di grado 3 o peggiore, e la specificità sull’85,1%, contro l’87,9% e 94,7% della citologia e il 54,6% e 89,9% della Via. Mentre la sensibilità del test Hpv Dna è rimasta invariata in base all’età, la specificità è cambiata con l’età ed è apparsa maggiore nelle donne più giovani di 35 anni (89,4%). Un incremento del punto di cut-off positivo dal valore raccomandato dall’azienda produttrice pari a 1 pg/mL a 2 pg/mL comportava una riduzione nella positività globale del test Hpv Dna (da 16,3% a 13,9%): un dato che potrebbe tradursi in una riduzione dei tassi di visite specialistiche, anche se la sensibilità tendeva a diminuire leggermente (da 97,5% a 95,2%). Infine, l’incremento del punto di cut-off a 10 pg/mL nelle donne under-35 ha permesso di mantenere una sensibilità elevata (97,7%) e di aumentare la specificità fino al 93,5%.

Lancet Oncol, 2010 Nov 11. [Epub ahead of print]


Inserito da Avitto il 11 Novembre 2010 in News
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SE ASSOCIATE TERAPIA ORMONALE E RADIOTERAPIA RIDUCONO I DECESSI DEL CANCRO ALLA PROSTATA
 
Secondo uno studio dell’universita’ di Cardiff presentato ad un congresso sul cancro a Liverpool la radioterapia associata alla terapia ormonale riduce il numero dei decessi del 43% tra i malati di tumore alla prostata a sette anni dall’intervento di rimozione del cancro.
Lo studio ha seguito 1200 uomini malati di tumore alla prostata per 11 anni. Tutti i pazienti hanno ricevuto la terapia ormonale, mentre il 50% di loro e’ stato sottoposto anche a radioterapia, due mesi dopo l’intervento chirurgico. Dopo 7 anni, i ricercatori hanno rilevato come nel primo gruppo, quello nel quale i pazienti avevano ricevuto solo la terapia ormonale, il tasso di sopravvivenza era del 79% contro il 90% del secondo gruppo, quello al quale era stato somministrato un mix di radioterapia e terapia ormonale. La differenza e’ stata calcolata in un abbattimento del numero dei morti del 43%.
Il coordinatore della ricerca, Malcolm Mason ha definito ‘entusiasmanti’ i risultati dello studio che, una volta confermati, potrebbero salvare molte vite. Al momento, secondo Mason, nel Regno Unito, il 40% dei pazienti con tumore alla prostata, cioe’ casi analoghi a quelli trattati nel trial, sono sottoposti alla radioterapia e l’auspicio e’ che i risultati del lavoro possano allargare il bacino di malati a cui puo’ essere offerta quest’opzione di cura.


Inserito da Avitto il 10 Novembre 2010 in News
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Retinopatia e nuovi cut-off per la diagnosi di diabete

L’attuale valore soglia di glicemia plasmatica a digiuno (Fpg) per porre la diagnosi di diabete dovrebbe essere abbassato a 6,5 mmol/L e quello dell’emoglobina glicata (HbA1c) a 6,5%. Lo sostiene un team internazionale di oftalmologi e diabetologi guidato da Stephen Colagiuri, del Boden institute of obesity, nutrition and exercise, university of Sydney (Australia), basandosi sull’analisi raggruppata di nove studi retinografici (per un totale di 44.623 partecipanti, di età compresa tra i 20 e i 79 anni) in cui si è studiata la relazione tra retinopatia diabetica e tre misure glicemiche: Fpg, HbA1c e glicemia a due ore dopo carico orale (2-h Pg). I ricercatori hanno rilevato una correlazione curvilinea tra retinopatia diabetica da un lato e Fpg e HbA1c dall’altro, con una ridotta prevalenza della patologia oculare per valori di Fpg < 6,0 mmol/L e HbA1c < 6,0%, ma incrementata al di sopra di tali livelli. Basandosi sulle distribuzioni in vigintili (20 gruppi con uguale frequenza), i valori-soglia di glicemia per retinopatia diabetica sono stati osservati nei range 6,4-6,8 mmol/L per Fpg, 9,8-10,6 mmol/L per 2-h Pg, e 6,3-6,7% per HbA1c; mediante analisi Roc gli stessi parametri si sono attestati rispettivamente su 6,6 mmol/L, 13 mmol/L e 6,4%. Si è dunque identificato un range di valori ristretto per la retinopatia diabetica nel caso di Fpg e HbA1c, ma non di 2-h Pg. In conclusione, questo studio amplia le evidenze relative ai criteri diagnostici per accertare la condizione stessa di diabete mellito, tanto indurre gli autori a estendere i nuovi cut-off dalla patologia d’organo a quella sistemica.

Diabetes Care, 2010 Oct 26. [Epub ahead of print]


Inserito da Avitto il 4 Novembre 2010 in News
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IN ARRIVO UN TEST LOW COST PER DIAGNOSTICARE IL CANCRO AL SENO
 
Il professor Zhipeng Wu ha inventato uno scanner portatile basato sulla tecnologia della radio frequenza, che e’ in grado di mostrare in un secondo la presenza di tumori - maligni e benigni - del seno su un computer. Lo ha riportato Cordis, la rivista sulla ricerca e lo sviluppo dell’Unione Europea.
Alcuni ricercatori in Canada, Regno Unito e Stati Uniti avevano gia’ dimostrato che la tecnologia della radio frequenza o delle microonde si puo’ usare per rilevare il cancro al seno. Fino ad ora, pero’, ci volevano diversi minuti perche’ si producesse un immagine e il test doveva essere condotto in ospedale o in un centro medico specializzato. Il professor Wu ha risolto questi problemi, offrendo ai pazienti la possibilita’ di ricevere immagini video di un tumore in tempo reale. Secondo lui questo metodo non e’ solo piu’ veloce e meno invasivo, ma significa anche che le donne possono essere testate per il cancro in ambulatori di medicina generale. Questo potrebbe contribuire in modo significativo a ridurre i tempi di attesa per un appuntamento con uno specialista e in alcuni casi evitare mammografie inutili. Lo scanner potrebbe essere usato anche a casa per un monitoraggio continuo della salute del seno.
Lo scanner a radio frequenza in tempo reale brevettato usa la tomografia al computer e funziona usando la stessa tecnologia di un telefono cellulare, ma con appena una piccolissima frazione della sua potenza. Questo lo rende sicuro e a basso costo e i dispositivi elettronici possono essere messi in una cassetta compatta e portatile. Gli altri sistemi esistenti sono molto piu’ grandi. Nel 2008 a circa 1,38 milioni di donne in tutto il mondo e’ stato diagnosticato un cancro al seno, il che rappresenta circa un decimo di tutti i nuovi casi di cancro e quasi un quarto di tutti i casi di cancro femminile. I tassi piu’ alti di cancro al seno sono in Europa con una stima di 332.000 nuovi casi di cancro al seno nell’UE nel 2008. Il metodo tradizionale per rilevare il cancro del seno e’ la mammografia, che secondo il team di ricerca funziona bene per le donne al di sopra dei 50 anni di eta’ e puo’ dare risultati sicuri al 95% ma fanno notare che e’ molto meno efficace per le donne piu’ giovani, il tasso di accuratezza scende infatti al 60% nelle donne al di sotto dei 50 anni di eta’, che rappresentano il 20 per cento di tutti i casi di cancro al seno.
Il team ha sottolineato che la diagnosi e la cura precoci potrebbero salvare migliaia di vite, e da qui l’importanza dell’invenzione del professor Wu. La differenza principale tra i due metodi e’ che la mammografia si basa sulla densita’, mentre la tecnica della radio frequenza si basa sui contrasti dielettrici tra il tessuto del seno normale e quello malato. Secondo le previsioni del professor Wu, non appena il seno entra nella coppa appare un’immagine nello schermo e si vede la presenza di un tumore o di qualsiasi altra anormalita’ evidenziato in rosso man mano che il sensore rileva la differenza dei contrasti del tessuto tramite le radio frequenze. Questa tecnologia e’ stata selezionata come candidata per gli Innovation Awards dell’Institute of Engineering and Technology (IET) che ha sede nel Regno Unito i risultati saranno annunciati a novembre.
 
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Inserito da Avitto il 2 Novembre 2010 in News
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I DANNI DELL’ALCOL SONO SUPERIORI A QUELLI DI EROINA E CRACK
 
Gli alcolici causano molti piu’ danni alla salute di eroina, crack e cocaina. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista medica Lancet secondo cui fatto 100 il punteggio massimo di una sostanza dannosa, l’alcol e’ a quota 72 mentre l’eroina e’ a 55 e il crack a 54. Nella classifica delle sostanze piu’ dannose seguono alcuni stupefacenti illegali, la cui pericolosita’ e’ nota, ed altre sostanze la cui vendita e’ si regolamentata e limitata ma legale.
Al primo gruppo appartengono le metanfetamine (33) e la cocaina (27). Quest’ultima pero’ e’ appena un gradino sopra il tabacco (26) sostanza del secondo tipo. A seguire le anfetamine/speed (23), la cannabis (20), il Gamma-idrossibutirrato o Ghb (18), le benzodiazepina (lo sono molti sonniferi e ansiolitici) e la ketamina (15), il metadone (13), le foglie di khat. Sorprendentemente molto in basso nel ‘catalogo’ l’ecstasy, assimilato per pericolosita’ agli steroidi anabolizzanti (9), e l’Lsd (7).
La ricerca e’ stata curata da un team guidato da David Nutt, ex consigliere del precedente governo laburista per la lotta alla droga, fatta propria da Lancet. Per approfondimenti
 


Inserito da Avitto il 2 Novembre 2010 in News
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RAPPORTO OCSE: 15 KG DI SOVRAPPESO AUMENTANO DEL 30% IL RISCHIO DI MORTE PREMATURA
 
Superare la soglia del sovrappeso accorcia rapidamente la vita, al punto che, per una persona di statura media, l’aumento di 15kg rispetto al proprio peso forma fa crescere del 30% il rischio di morte prematura. E’ uno dei dati che emergono da un rapporto dal titolo “Obesity and the economics of prevention: fit not fat” elaborato dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che mette a confronto, per la prima volta, dati sull’obesita’ provenienti da 11 Paesi.
Secondo il rapporto, gli obesi vivono in media 8-10 anni in meno rispetto agli individui con un peso nella norma (le stesse stime sono valide per i fumatori), poiche’ per loro aumenta la possibilita’ di andare incontro a malattie cardiovascolari, diabete e tumori. Mentre per coloro che adottano uno stile di vita sano, non fumando, mangiando frutta e verdura e svolgendo un’attivita’ fisica moderata il rischio di morte prematura e’ meno di un quarto rispetto a coloro che hanno abitudini poco sane.
Lo studio rileva che altezza e peso degli individui, nel mondo, sono in crescita fin dal 18° secolo, grazie alle migliorate condizioni di reddito e di istruzione. L’andamento di questi parametri ha registrato un andamento costante, secondo il rapporto, fino al 1980, quando in molti Paesi il BMI (Body Mass Index) delle persone e’ cresciuto fino a due o tre volte piu’ rapidamente che nel secolo precedente. Mediamente, il tasso di obesita’ e’ aumentato, negli ultimi trenta anni del 10% ma in alcuni Paesi e’ piu’ che raddoppiato e oggi quasi il 50% della popolazione dei Paesi Ocse, praticamente uno su due, e’ in sovrappeso.
Si tratta di una condizione che colpisce prevalentemente le donne e all’interno del genere femminile, secondo l’Ocse, una variabile rilevante e’ il livello di istruzione. Con uno scarsa formazione scolastica la probabilita’ di essere in sovrappeso e’ doppia o addirittura tripla rispetto alle donne piu’ istruite.
Un altro fattore determinante e’ la famiglia. Nella ricerca si legge che bambini con almeno un genitore obeso hanno una probabilita’ 3 o 4 volte superiore di essere obesi, sia per una questione genetica, sia per l’esempio negativo dato dai genitori che conducono stili di vita poco salutari.
 


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