Scienza
Gastroenterologia
Eradicare H. pylori rallenta metaplasia intestinale
L’eradicazione dell’H. pylori previene la progressione dell’esofago di Barrett nei pazienti con reflusso gastrointestinale che fanno uso di inibitori della pompa protonica. L’uso a lungo termine di questi farmaci è piuttosto comune nei pazienti che soffrono di reflusso, ma una volta raggiunta la negatività per l’H. pylori la probabilità che il paziente rimanga libero dalla progressione delle lesioni precancerose è piuttosto alta. Lo screening dell’eradicazione dell’infezione è dunque necessaria per prevenire sia la nuova comparsa che per limitare la progressione e promuovere la regressione di fenomeni come l’atrofia gastrica e la metaplasia intestinale. Il trattamento dell’infezione da H. pylori previene le recidive delle ulcere ed i nuovi casi di ulcera, ed oltre a prevenire la comparsa e la progressione delle nuove lesioni, è in grado anche di far regredire quelle già esistenti: potrebbe dunque essere possibile diminuire in questo modo la frequenza dei tumori gastrici. (Am J Gastroenterol 2009; 104: 1642-9)
Intervenire sulle HDL o sulle LDL?
(British Medical Journal (BMJ))
I livelli plasmatici di lipoproteine ad alta densità (HDL) sono associati in modo inversamente proporzionale al rischio cardiovascolare, ma finora i tentativi di dimostrare che il loro aumento (ottenuto farmacologicamente) comporti una ulteriore diminuzione del rischio non hanno ottenuto risultati inequivocabili.
Analizzando 108 studi randomizzati - coinvolgenti oltre 300.000 pazienti - si è voluto valutare se le variazioni del colesterolo HDL si associno a modifiche della mortalità totale, della mortalità cardiaca e degli eventi cardiovascolari gravi.
Tutti gli studi (a parte 5 di essi) riguardavano farmaci in grado di interferire con i lipidi: dopo aggiustamento in base alle modifiche del colesterolo LDL si è visto che non esiste alcuna associazione tra l’aumento delle HDL e la diminuzione della mortalità generale o specifica, e lo stesso vale per gli eventi cardiovascolari in genere.
Però, dopo aggiustamento per le modifiche delle HDL si è invece osservato che la diminuzione delle LDL comporta risultati significativi: per una diminuzione delle LDL di 10 mg/dl si ottiene un abbassamento del rischio relativo di morte generale di circa il 4.4%, di morte specifica cardiaca del 7.2% e degli eventi cardiaci in genere del 7.1%.
Il commento a questo articolo:
Finalmente una metanalisi chiarisce definitivamente lo scopo della terapia farmacologica: abbassare le lipoproteine LDL e non cercare di aumentare le HDL, i cui livelli plasmatici non sono correlati con gli eventi cardiovascolari maggiori e con i decessi in genere.
La scelta di una terapia ipolipemizzante deve quindi partire dal presupposto che il farmaco sia in grado di diminuire le LDL, indipendentemente da dichiarata efficacia sulle HDL)
TOS e rischio di cancro mammario: ulteriori dati dallo Studio WHI
(New England Journal of Medicine )
Dallo studio WHI è emerso che l’uso in menopausa di terapia estroprogestinica sostitutiva (TOS) per oltre 5 anni aumenta il rischio di cancro mammario, per cui adesso i ricercatori di quello studio hanno fornito ulteriori dati.
Per le donne trattate con TOS il rischio di cancro mammario è andato aumentando ogni anno di assunzione della terapia fino al termine dello studio; quindi il rischio tumorale è stato superiore durante lo studio a quello presentati prima dell’inizio della TOS (Hazard Ratio 1.26).
Durante i 2/5 anni del post-studio (e la sospensione della TOS) il rischio è andato rapidamente diminuendo, e pochissime donne hanno proseguito l’assunzione ormonale.
Tra le partecipanti allo studio osservazionale il rischio di cancro associato alla TOS (durata media 6.9 anni) è stato circa il doppio, diminuendo però con il passare del tempo (c’è però da notare che la pubblicazione dei risultati dello studio WHI ha comportato un netto calo del numero di donne che assumevano terapia ormonale combinata).
Il commento a questo articolo:
La cessazione della TOS ha comportato un calo netto del rischio tumorale tra le donne che assumevano tale terapia, il che si spiega probabilmente con un effetto diretto della terapia ormonale sullo sviluppo di tumori mammari occulti. Se questa ipotesi patogenetica fosse corretta, occorrerebbe ancora verificare se la diminuzione dei casi di tumore dopo la sospensione della TOS sia un dato di fatto destinato a durare nel tempo o non un risultato provvisorio ed immediato. Quale che sia la risposta, comunque, i dubbi e gli allarmi sull’uso prolungato della terapia ormonale sostitutiva sono più che giustificati.