Nuove regole per la mammografia?

Secondo il recente parere di studiosi oltreoceano, solo le donne più a rischio devono incominciare a 40 anni a sottoporsi ai controlli mammografici per individuare in maniera precoce l’eventuale presenza di un tumore al seno. Le altre, invece, possono aspettare il compimento dei 50 anni. Questa la principale indicazione inserita dagli esperti americani nell’ultimo aggiornamento delle linee guida Uspstf (U.S. preventive services task force). Altrettanto innovativo un secondo punto inserito nelle nuove raccomandazioni: la mammografia deve avere cadenza biennale. Gli esperti americani hanno, infine, deciso di eliminare l’esplorazione della mammella o autopalpazione. In Italia gli addetti ai lavori non hanno ancora preso una chiara posizione. Ma come devono comportarsi le italiane in tema di prevenzione del cancro alla mammella? Lo abbiamo chiesto a Marco Venturini, direttore del dipartimento di Oncologia, Ospedale Sacro Cuore di Verona nonché presidente eletto Aiom (Associazione italiana di Oncologia Medica).

Il recente aggiornamento delle linee guida Uspstf introduce significative innovazioni rispetto alla precedente versione?
Assolutamente sì. Il precedente documento Uspstf, risalente al 2002, conteneva, infatti, l’indicazione di effettuare la mammografia a partire dai 40 anni per tutte le donne ma non erano presenti ulteriori precisazioni, nemmeno sulla cadenza. Tra un controllo e il successivo, la donna poteva lasciar trascorrere uno o due anni. Oggi gli esperti americani sono molto più rigorosi e, soprattutto, fanno per la prima volta delle distinzioni in base all’età della donna. In particolare, raccomandano controlli mammografici ogni due anni per le donne tra i 50 e i 74 anni mentre, per quelle tra i 40 e 49 anni, la mammografia viene considerata necessaria come screening soltanto in alcuni condizioni particolari che vanno discusse da parte del medico con la stessa donna.

Gli esperti americani ritengono che la mammografia dovrà essere incominciata a 40 anni solo per alcune categorie di donne, di chi si tratta?
Sono quelle a elevato rischio di sviluppare tumore al seno. Nelle donne tra 40 e 49 anni il beneficio della mammografia è simile a quello delle donne tra i 50 e 59 anni. In questo secondo gruppo, tuttavia, l’incidenza del tumore della mammella è più alta. Basti pensare che, mentre nel gruppo tra i 40-49 anni, per evitare un decesso per cancro al seno è necessario fare la mammografia a 1.904 donne, in quello tra i 50 e 59 anni il numero di donne da sottoporre a controllo è molto inferiore, pari a 1.339. Considerato che l’indagine mammografica può portare a ulteriori accertamenti, quali agoaspirati, biopsie e altro, che a loro volta possono dare risultati falsati, è stato ritenuto utile non consigliare la mammografia di screening a tutte le donne, ma di riservarla ad alcune categorie a maggiore rischio, come per esempio in caso di familiarità (mamma con cancro al seno) o di precedente tumore all’altra mammella.

Sarà sufficiente per le donne tra i 50 e i 74 anni sottoporsi allo screening mammografico con una cadenza biennale?
Sì, soprattutto se si tiene conto che il vantaggio maggiore si ha nel gruppo di donne tra i 60 e 69 anni dove il numero di donne che devono ricevere una mammografia per salvare una donna dalla morte per tumore al seno è piuttosto basso e pari a 377, contro per esempio 1.904 nelle donne 40-49.

Non si rischierà di non diagnosticare in tempo casi di tumore al seno in donne quarantenni?
Direi di no, perché nelle quarantenni l’incidenza di tumore della mammella è relativamente bassa. È il gruppo delle donne sessantenni, infatti, quello in cui si verificano maggiori casi di carcinoma mammario e, per il quale, quindi, lo screening risulta più vantaggioso.

Perché solo oggi l’autopalpazione viene ritenuta inutile? Il suggerimento all’esplorazione non era supportato da evidenze scientifiche?
Dopo le precedenti raccomandazioni del 2002 sono stati pubblicati due studi scientifici che hanno dimostrato che l’autopalpazione aumenta la percentuale di biopsie e altri approfondimenti diagnostici inutili. Non vi sono attualmente evidenze per raccomandarla di routine.

Come dovranno comportarsi le donne in Italia alla luce delle nuove raccomandazioni Uspstf?
Alle italiane suggerisco di non praticare mai automedicazione, ossia il “fai da te” ma di rivolgersi al proprio medico di fiducia per avere le indicazioni adeguate. È, infatti, il medico che deve valutare le raccomandazioni e decidere la migliore strategia per la singola paziente.

Il fritto di verdure
«alla giapponese»

LE RICETTE ANTICANCRO

Verdure fritte alla giapponese: ecco una ricetta proposta dall`Airc - Associazione italiana per la ricerca sul cancro - per un secondo piatto gustoso e salutare.

Ingredienti - mezzo bicchiere di farina bianca; mezzo bicchiere di amido di mais; sale; carote, zucchine, peperoni e carciofi a listelle; olio d’oliva.

Preparazione - Preparate una pastella piuttosto liquida con la farina, l’amido, mezzo cucchiaino di sale fino e acqua molto fredda. Mettetela in una ciotola, a sua volta contenuta in un’altra ciotola più grande in cui avrete messo dei cubetti di ghiaccio.

Scaldate l’olio per la frittura. Immergete i pezzi di verdura nella pastella fredda e buttateli immediatamente nell’olio caldo. Quando la pastella sarà dorata, scolate e asciugate su carta assorbente. Se necessario, salate in superficie.

La leggerezza dei fritti giapponesi - Noti anche col nome di tempura, il segreto delal leggerezza dei fritti giapponesi sta nella pastella priva di uovo e lievito, oltre che nella tecnica: la pastella molto fredda, a contatto con l’olio bollente, forma istantaneamente la crosta, impedendo all’olio di entrare. La cottura limitata, inoltre, conserverà la croccantezza delle verdure e le loro proprietà nutritive. La stessa pastella può essere usata per friggere sottili listelle di pesce o di pollo. In tal caso è possibile sostituire l’acqua con una birra leggera, che darà più sapore al composto e lo farà lievitare leggermente.

I vantaggi per la dieta anticancro - L’uso dell’olio d’oliva consente di friggere limitando al massimo la formazione di sostanze tossiche. L’olio di arachidi è una alternativa per chi non apprezza il sapore dell’olio d’oliva, ma è comunque meno salubre. Le verdure poco cotte, pur essendo fritte in pastella, conservano le loro proprietà nutritive.

(la ricetta anticancro è ideata dall`Airc, Associazione italiana per la ricerca sul cancro)

Data: 13-11-2009

Autoesame del seno

 

Introduzione

Il rischio di tumore al seno cresce con l’età. Si stima che l’80% dei tumori mammari colpisca le donne dai 50 anni in su, mentre nelle adolescenti e nelle ventenni l’incidenza è ancora relativamente bassa. Gli uomini, invece, hanno un rischio estremamente basso di tumore al seno, paragonato alle donne.
Una piccola fetta dei tumori mammari è di natura genetica. Finora, due sono i geni collegati al tumore mammario ereditario: BRCA1 e BRCA2. All’interno di famiglie che si sono già trovate con un problema del genere, il gene può essere trasmesso direttamente in generazione in generazione, attraverso la linea maschile o quella femminile. Questo chiaramente non vuole necessariamente dire che se un parente ha avuto un tumore al seno in famiglia c’è il pericolo di una trasmissione ereditaria. I seni delle donne cambiano notevolmente nel tempo, dovuti a fattori quali sbalzi ormonali, mestruazioni, gravidanze, allattamento e menopausa.

Le donne dovrebbero sapere, quindi, cosa può essere giudicato come un normale cambiamento e cosa no. Individuare precocemente un cambiamento vuol dire che una qualsiasi terapia può avere una riuscita senz’altro migliore.
Ogni mese il seno delle donne si prepara ad una gravidanza e all’allattamento; spesso si allarga e diventa più soffice prima delle mestruazioni, per poi ritornare allo stato normale. Dopo la menopausa il tessuto mammario cambia ancora. Diventa meno denso e più grasso, rendendo così i seni più soffici. Le donne più anziane possono perfino ritrovarsi dei seni più piccoli.
Simili cambiamenti sono piuttosto normali. Comunque, se doveste sentire o notare un qualsiasi cambiamento strano al seno, rivolgetevi al vostro medico curante per ulteriori esami.

Cosa fare

Esaminate il vostro seno una volta al mese, preferibilmente appena finito il ciclo oppure, se non avete più mestruazioni, lo stesso giorno di ogni mese. L’esame va effettuato in due modi: guardandosi allo specchio e palpandosi.

Guardandosi allo specchio:

  • braccia lungo il corpo, avvicinatevi allo specchio e osservate bene qualsiasi cambiamento;
  • alzate le braccia lentamente al di sopra della testa e voltatevi per osservare il profilo;
  • con le mani sui fianchi mettete in tensione i muscoli del seno;
  • questo permetterà di notare di più qualsiasi cambiamento;
  • osservate il seno da ogni angolo, di lato e sotto; chinatevi in avanti e osservatene la forma.

Autopalpazione

  • L’autopalpazione può essere effettuata stendendosi oppure con una mano insaponata durante il bagno o la doccia;
  • palpare un seno alla volta: usando la mano opposta al seno che si sta esaminando, premere piano con le dita;
  • facendo un movimento circolare coprire l’intera area del seno dall’ascella fino a sopra, nella parte centrale e sotto per terminare con l’esame attorno e sopra al capezzolo;
  • è importante palpare intorno alla clavicola e all’ascella (dove si trovano i linfonodi) per qualsiasi ingrossamento

Cosa notare

 

  1. Qualsiasi cambiamento strano nella forma o nella grandezza dei seni
  2. Se un seno è diventato più piccolo dell’altro
  3. Un cambiamento di colore della pelle o eruzione cutanea
  4. Pelle raggrinzita o a buccia d’arancia
  5. Un capezzolo che abbia cambiato posizione o forma
  6. Un nodulo o un ispessimento all’interno del seno o dell’ascella
  7. Un’eruzione cutanea attorno al capezzolo
  8. Perdite da uno o entrambi i capezzoli
  9. Dolore costante in una parte definita del seno

Se notate qualsiasi cambiamento strano, contattate il vostro medico generico per un appuntamento.

ATTENZIONE: l’autoesame da solo non è adeguato a prevenire il cancro mammario ed è utile solo in aggiunta alla mammografia e ai controlli clinici con gli specialisti.

Ricordate inoltre che nove noduli su dieci non sono cancro.

 

Data pubblicazione 06/02/2007 0.00.00
Data ultima modifica 08/10/2009 18.11.00

I risultati dello screening senologico

 

La letteratura scientifica degli ultimi anni ha riportato numerose evidenze di efficacia dello screening mediante mammografia, talvolta accompagnata da esame clinico, nel ridurre la mortalità per tumore della mammella. Esse derivano da due tipi di studi:

  1. studi prospettici randomizzati in cui la popolazione prescelta è attribuita “a caso” a due gruppi, uno di controllo ed uno di studio che viene invitato per il test di screening; entrambi i gruppi, poi, sono seguiti nel tempo;
  2. studi retrospettivi di tipo caso controllo in cui all’interno di una popolazione invitata si valuta la presenza dello screening nell’anamnesi di tutti i soggetti deceduti per cancro della mammella diagnosticato dopo l’inizio del programma (casi) confrontandola con quella di soggetti tuttora viventi, opportunamente campionati nella popolazione generale (controlli).

Nella tabella 1 sono riportate le caratteristiche ed i risultati di alcuni dei più importanti studi di screening senologico.

Tabella 1. RISULTATI DEI PROGRAMMI DI SCREENING SENOLOGICO
Anno Inizio
Località
Test di Screening
Tipo Studio
Riduzione Mortalità
1963
HIP - New York
Mammografia + es. clinico
Randomizzato
-30%
1970
CSPO - Firenze
Mammografia
Caso-controllo
-47%
1973
BCDDP - USA
Mammografia + es. clinico
Non controllato
-25%
1975
Nijmegen - Olanda
mammografia
Caso-controllo
-52%
1977
Two-County - Svezia
mammografia
Randomizzato
-31%

Sulla base di questi risultati si può affermare che:

  1. un programma di screening senologico, se ben condotto, riduce la mortalità per cancro mammario di almeno il 30% ;
  2. la popolazione oggetto di un programma di screening mammario è rappresentata da donne in età tra 50 e 69 anni di età, bersaglio possibile della patologia;
  3. il test di screening è rappresentato dalla mammografia in due proiezioni;
  4. la periodicità del test deve essere biennale.

 

Data pubblicazione 06/02/2007 0.00.00
Data ultima modifica 14/02/2007 12.39.00

Mammografia

 

Che cos’è

La mammografia (più propriamente detta mastografia) è un esame radiografico che permette una diagnosi molto attendibile e dà la possibilità, quindi, al medico di segnalare la presenza di tumori mammari non ancora palpabili.
Per coloro che temono, giustamente, l’effetto negativo delle radiazioni ionizzanti, c’è da dire che le apparecchiature moderne, utilizzando bassi dosaggi di raggi X, consentono, senza rischi, la ripetizione routinaria dell’esame.

A che serve

La maggioranza dei noduli mammari sono tumori benigni: in genere si tratta di cisti oppure di fibroadenomi che possono essere curati senza pericoli per la vita della paziente.
Il cancro della mammella, invece, in Italia è considerato il più frequente tumore maligno della donna e sono segnalati 30.000 nuovi casi ogni anno. Colpisce in prevalenza donne di età compresa tra i 45 e 65 anni.
Per la diagnosi precoce, l’esame clinico non è da solo, un test efficace; occorre eseguire anche una mammografia ed una ecografia.
Riconoscere in tempo una neoplasia significa anche togliere il tumore e non la mammella.
Nell’ambito della diagnosi precoce la mammografia rappresenta il miglior mezzo disponibile per la diagnosi del carcinoma della mammella ed è l’unico test che può ridurre in modo significativo il numero di morti per questa neoplasia. Non è in grado, ovviamente, di riconoscere la totalità delle lesioni neoplastiche mammarie: nelle casistiche si riporta dal 10 al 20% di tumori non diagnosticati.
I limiti della mammografia sono particolarmente evidenti nelle donne con una ghiandola mammaria di elevata radiopacità (fatto che implica la produzione di lastre radiografiche non facilmente leggibili).

Cosa devo sapere

Per sottoporsi alla mammografia non occorre alcuna preparazione prima dell’esame.
Nelle donne fertili, è consigliato eseguire l’esame nella prima metà del ciclo, periodo in cui il seno è meno teso (e quindi più facilmente comprimibile) ed in cui è possibile escludere una eventuale gravidanza.
È bene ricordarsi che per il radiologo è importante avere termini di paragone con eventuali altre indagini effettuate, pertanto, è buona norma portare con sé tutta la documentazione relativa ad indagini diagnostiche senologiche eseguite in precedenza.

Come si svolge

L’esame si effettua tramite il mammografo.
La mammella viene posizionata su di un sostegno e compressa mediante un piatto in materiale plastico. La compressione del seno è fondamentale per una buona esecuzione dell’esame. L’esposizione alle radiazioni dura pochissimi secondi.
Introdotto negli anni ‘60, il mammografo, grazie soprattutto agli studi di C. Gros, ebbe subito un clamoroso successo in medicina. Attualmente sono disponibili, anche se poco diffusi per gli alti costi, i mammografi digitali che utilizzano, al posto della pellicola radiografica, un detettore che assorbe i raggi X filtrati dalla mammella e li converte in segnali elettronici. Tali segnali, oltre a poter essere memorizzati sui vari supporti magnetici o digitali utilizzati in informatica, possono essere facilmente manipolati e permettono di modificare parametri come la luminosità ed il contrasto dell’immagine, facilitando notevolmente l’individuazione di eventuali mastopatie, senza impiegare ulteriori radiazioni per ottenere l’immagine desiderata.

Limiti della mammografia

La mammografia è l’esame più importante per la diagnosi del carcinoma della mammella. Tuttavia la metodica, sebbene notevolmente perfezionata nel corso degli anni, non è in grado di riconoscere la totalità delle lesioni neoplastiche mammarie: nelle casistiche più recenti si riporta dal 10 al 20% di tumori non diagnosticati con la mammografia; le cause possono essere relative al tumore stesso (troppo basso contrasto intrinseco nei confronti dei tessuti circostanti), alla scarsa qualità della mammografia, al mancato riconoscimento da parte del radiologo.
I limiti della mammografia sono particolarmente gravi nelle donne con un seno cosiddetto “denso”, nelle quali la presenza di una ghiandola mammaria di elevata radiopacità impedisce uno studio adeguato e rende difficoltoso, se non impossibile, il riconoscimento dei segni radiologici del tumore.

Tumori: oncologi, mammografia per le over 45

 

La mammografia di routine per le donne dai 50 ai 70 anni ha ridotto del 50% nell’ultimo ventennio la mortalità per il tumore del seno. Ma ora è tempo di rivederne i criteri. L’età per il primo esame va portata per tutte le italiane ai 45, come indicano le evidenze scientifiche.

A lanciare questo appello alle Istituzioni sono i più autorevoli oncologi mondiali, riuniti fino a domani a Modena per il Convegno internazionale “Meet the Professor“, un appuntamento scientifico di primo livello interamente dedicato al cancro della mammella. E proprio il modello emiliano viene portato come esempio: questa regione, prima in Italia, dal primo gennaio anticiperà lo screening di 5 anni rispetto allo standard ad oggi. Dai 45 ai 50 la mammografia va ripetuta ogni 12 mesi, dopo ogni 24.

Una misura da estendere al più presto in tutto il territorio nazionale - afferma il professor Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento Integrato di Oncologia ed Ematologia del Policlinico universitario di Modena, presidente del Convegno -. Grazie all’effetto combinato di diagnosi precoce e maggiore efficacia delle terapie, oggi la sopravvivenza per questo tumore, che colpisce 38.000 italiane ogni anno, supera il 90%. Ma resta la più frequente causa di decessi nel sesso femminile fra i 35 e i 44 anni, con 7.800 casi stimati nel nostro Paese nel 2008. Vanno quindi sensibilizzate le donne ad aderire alla mammografia ma e’ soprattutto necessario che le Istituzioni siano pronte a recepire le indicazioni che provengono dalla comunità medico-scientifica. Siamo ormai tutti concordi: la soglia deve essere 45 anni. E ancor prima quando vi siano particolari fattori di rischio come altri casi di neoplasia in famiglia“.

Modena si conferma una punta di eccellenza dell’oncologia, anche grazie a collaborazioni con prestigiosi centri. Fra questi L’M.D. Anderson di Houston (Texas) il più grande ed importante al mondo, guidato dal prof. Gabriel Hortobagyi che co-presiede il Convegno.

Per approfondire:

 

AGI Salute

Una sola sigaretta danneggia le arterie, soprattutto quelle dei giovanissimi

 

Basta una sola sigaretta per procurare danni alla salute delle arterie, soprattutto se si è giovani.

Stella Daskalopoulou della canadese McGill University ha preso in esame un gruppo di fumatori occasionali (che accendevano cinque o sei sigarette al giorno) e un gruppo di non fumatori.

Tutti i soggetti avevano tra i 21 e i 24 anni e si sono sottoposti a diversi esami per valutare il grado di elasticità delle arterie.

Come spiegato dalla ricercatrice nel corso del recente Congresso Cardiovascolare Canadese i risultati hanno dimostrato che anche dopo aver fumato una sola sigaretta le arterie risultavano essere più rigide del 25%.

Per giungere a questo risultato i ricercatori hanno chiesto ai non fumatori di astenersi dalla sigaretta per 24 ore e hanno misurato il grado di rigidità della arterie nei due gruppi; hanno, poi, condotto la stessa misurazione dopo che il gruppo di fumatori aveva potuto fumare una sigaretta e sottoponendo i giovani a leggeri sforzi fisici e le conclusioni sono state inequivocabili: anche una sola sigaretta fa perdere elasticità alle pareti delle arterie rendendo meno fluido il flusso sanguigno e causando un aumento del rischio cardiaco.

Fumare anche poche sigarette danneggia la salute del sistema vascolare e rende difficile per l’organismo di giovani individui gestire lo stress fisico causato da azioni quotidiane, come correre per prendere una autobus o salire le scale”, sottolinea la ricercatrice.

Il fumo danneggia seriamente la salute e smettere garantisce numerosi benefici

 

Il fumo è, secondo una definizione data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “la prima causa di morte facilmente evitabile”, responsabile ogni anno della morte di circa cinque milioni di persone in tutto il mondo per cancro, malattie cardiovascolari e respiratorie. Un numero destinato ad arrivare a dieci milioni entro il 2030, se non saranno adottate misure efficaci.

Il fumo fa male alla salute: questo è scritto anche su ogni pacchetto di sigarette e causa diversi danni che vanno dal problema estetico al tumore. Il fumo compromette le difese immunitarie contro la placca batterica, causa ingiallimento dello smalto dei denti e aumenta il rischio di gengiviti; è causa di rapido invecchiamento e di perdita di luminosità della pelle, oltre che di un aumento del rischio di irsutismo e raceudine nelle donne fumatrici.

Ma non è a rischio solo l’aspetto estetico; numerosi sono infatti gli organi che il fumo prende di mira fino a distruggerli: l’apparato respiratorio (con rischi di cancro del polmone, della faringe, della laringe, dell’esofago e della bocca), l’apparato circolatorio (rischi di infarto del miocardio ed ictus), ma anche l’apparato riproduttivo maschile e femminile (rischi di impotenza per l’uomo e di infertilità per la donna, oltre che rischio di menopausa precoce) dei fumatori sono seriamente più a rischio rispetto a chi non fuma; basti pensare che secondo l’OMS circa il 90-95% dei tumori polmonari, l’80-85% delle bronchiti croniche e il 20-25% degli incidenti cardiovascolari sono causati dal fumo di tabacco.

Visto lo scenario, smettere di fumare sembra essere l’unica soluzione ragionevole. Ma come si può vincere su un’autentica dipendenza dell’organismo dalla nicotina? Il fattore psicologico è fondamentale. Si calcola che, nella maggior parte dei casi, circa il 60% dei soggetti che smettono di fumare ricade nel vizio entro tre mesi e il 75% in sei mesi e che l’astinenza porta spesso a ricominciare per brevi periodi prima di smettere del tutto.

Eppure l’elenco dei benefici garantiti dall’appendere accendino e sigaretta al chiodo è lungo e sostanzioso: dopo una settimana tutti i sensi si affinano e denti, capelli e pelle diventano più luminosi; dopo un mese si manifestano i primi miglioramenti nell’apparato respiratorio (la tosse elimina le sostanze dannose e diminuisce sensibilmente il rischio di problemi respiratori); dopo un anno scende il rischio cardiovascolare e, dopo alcuni anni, le probabilità di sviluppare un tumore o altre patologie serie tornano ad essere all’incirca pari a quello di un non fumatore.

E se da soli non si riesce a smettere, l’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga dell’ISS ha attivato il Telefono Verde contro il Fumo (TVF) 800.554.088; il servizio è gratuito e nasce per aiutare coloro che hanno problemi legati al fumo. Attraverso il TVF è possibile ricevere informazioni scientifiche, fare domande e risolvere dubbi, ma anche avere informazioni su strutture pubbliche o private che offrono sostegno a chi vuole smettere di fumare.

Eiaculazione Precoce

 

Che cos’è l’EP? Una definizione - Fisiologia dell’EP - Cause e con-cause - Diagnosi e approcci terapeutici - FAQ e falsi miti

 

Che cos’è l’EP? Una definizione

La salute e la soddisfazione sessuale sono aspetti importanti per il benessere e la qualità della vita.

Tuttavia, talvolta, anche semplicemente parlare dei disturbi della sfera sessuale può rappresentare un problema sia per il paziente sia per il medico. Ciò è stato dimostrato anche da una recente indagine internazionale effettuata su oltre 12.000 soggetti di sesso maschile: solo il 9% degli uomini con Eiaculazione Precoce (EP) si rivolge al medico.

L’Eiaculazione Precoce è una alterazione del meccanismo eiaculatorio per cui l’eiaculazione avviene con una minima stimolazione sessuale prima, durante o dopo la penetrazione o in assenza di un’erezione soddisfacente, tale da lasciare insoddisfatti l’uomo e la partner.

Nel giudizio di precocità, pertanto, non è insito, solo, il concetto di durata quanto, piuttosto, quello di mancato controllo sul riflesso dell’eiaculazione che avviene prima che la coppia lo desideri.

L’Eiaculazione Precoce è una condizione medica spesso sotto diagnosticata ma non per questo infrequente. Si stima, infatti che l’EP abbia un’incidenza sulla popolazione maschile adulta superiore al 20% malgrado solo il 9% di questi si rivolga al medico.

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Fisiologia dell’EP

Una risposta sessuale nella norma è un processo di tipo sequenziale:

  • Desiderio sessuale;
  • Eccitamento (con erezione);
  • Plateau;
  • Orgasmo;
  • Risoluzione.

Negli uomini con EP, l’intera sequenza eiaculatoria è ridotta, avviene più rapidamente e con minor controllo rispetto ai soggetti normali. Infatti, la fase di eccitazione è molto rapida con una erezione generalmente normale, un plateau di breve durata, una rapida emissione, eiaculazione e orgasmo.

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Cause e con-cause

L’Eiaculazione  Precoce è una condizione medica complessa che può dipendere da una pluralità di fattori, primari e secondari.

Le principali cause dell’Eiaculazione Precoce , infatti, possono essere di natura psicologica e psicosociale, neurobiologica (organica), genetica.

Cause neurobiologiche (organiche):

Il riflesso eiaculatorio è sotto il controllo e la mediazione del Sistema Nervoso Centrale (SNC).

Tra le principali cause neurobiologiche:

  • Ipersensibilità peniena;
  • Ipereccitabilità del riflesso eiaculatorio;
  • Endocrinopatie: disturbi tiroidei, ecc.;
  • Cause urologiche: frenulo corto, vescicolo-prostatiti.


Cause psicologiche e psicosociali:

Secondo le teorie psicoanalitiche l’Eiaculazione Precoce può dipendere da una serie di cause di natura psicologica e psicosociale.

Le principali cause psicologiche sono:

  • Ansia ;
  • Prime esperienze sessuali;
  • Rapporti sessuali rari;
  • Scarse tecniche di controllo eiaculatorio;
  • Cause appartenenti alla sfera psicodinamica: narcisismo, inconscio odio verso le donne, ecc.

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Diagnosi e approcci terapeutici

Il medico, per giungere a diagnosi, può avvalersi dei seguenti criteri diagnostici:

  • Valutazione del tempo di latenza eiaculatorio intravaginale (IELT );
  • Percezione del mancato controllo eiaculatorio;
  • Rilevazione di evidenti segni di disagio e frustrazione del paziente e della partner.

Se la diagnosi del medico è di Eiaculazione Precoce il passo successivo sarà individuare le forme cliniche del disturbo (congenita o acquisita), le cause della stessa, e discutere le opzioni terapeutiche.

I trattamenti disponibili sono diversi e il medico è la persona più adatta a lavorare per la scelta dell’approccio migliore, che si adatti alla condizione personale, allo stile di vita e alla coppia.

Lo scopo del trattamento dovrebbe essere quello di recuperare il controllo dell’eiaculazione per l’uomo e di ristabilire un rapporto sessuale soddisfacente sia per l’uomo sia per la sua partner.

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FAQ e falsi miti

Quanto deve durare un rapporto sessuale perché non si parli di Eiaculazione Precoce?

Non è possibile “giudicare” il rapporto sessuale, l’orgasmo e l’eiaculazione , in base a tempi predefiniti e considerati standard e universalmente validi: in considerazione del fatto che il piacere è una sensazione soggettiva, non esiste un tempo giusto o un tempo sbagliato. Pertanto, è corretto parlare di Eiaculazione Precoce quando l’eiaculazione si manifesta fuori controllo prima che si abbia la possibilità di avere un rapporto soddisfacente per sé e/o per la partner.
È importante ricordare che i tempi dell’uomo e quelli della donna, generalmente, sono differenti: un buona intesa sessuale e relazionale si aiuta con il confronto e con il dialogo.

L’Eiaculazione Precoce è un sintomo della disfunzione erettile?

L’Eiaculazione Precoce è una condizione che non si associa necessariamente a deficit di erezione .Tuttavia nei casi in cui l’Eiaculazione Precoce insorga con l’età può rappresentare il sintomo di una difficoltà a mantenere un’erezione soddisfacente.

A quale età è più frequente l’insorgenza dell’Eiaculazione Precoce?

A differenza della disfunzione erettile, correlata spesso all’invecchiamento, l’Eiaculazione  Precoce può insorgere ad ogni età e manifestarsi fin dal primo rapporto sessuale oppure svilupparsi in una fase successiva della vita.

L’Eiaculazione Precoce si presenta solo durante la penetrazione?

L’Eiaculazione Precoce può presentarsi anche senza penetrazione. Si parla, infatti, di eiaculazione ante portas quando l’eiaculazione avviene durante la fase dei preliminari ancor prima dell’ingresso in vagina. Non di rado, inoltre, può avvenire anche con la masturbazione.

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Data pubblicazione 30/10/2009 0.00

Legge sulla procreazione assistita: la Consulta chiede un cambiamento, alcuni centri si adeguano

 

Nel maggio scorso la Corte Costituzionale ha parzialmente bocciato la legge che regola la procreazione assistita in Italia.

È stato, infatti, dichiarato incostituzionale l’obbligo a impiantare tre embrioni contemporaneamente: la legge obbliga ad impiantare tutti gli embrioni ottenuti con la fecondazione assistita, fino ad un massimo di tre, e ne vieta la crio-conservazione (a meno che non risulti impossibile impiantarli tutti a causa di gravi rischi per la salute della donna; in tal caso è obbligatorio procedere all’impianto non appena lo stato di salute della donna dovesse permetterlo).

Secondo la Corte, queste disposizioni violano un principio costituzionale fondamentale, sancito dall’articolo 3 della Costituzione, quello della donna ad avere pari diritti rispetto all’embrione.

È la prima volta, da quando la legge 40 è stata approvata e applicata, che il diritto alla salute della donna viene sottolineato e trova pari dignità alla stregua dei diritti dell’embrione.

Queste importanti modifiche permetterebbero al medico di decidere se impiantare i tre embrioni e quando farlo, crioconservandoli se necessario.
Fin qui la teoria.

Se la Consulta cambia la legge, i centri che si occupano di fecondazione assistita dovrebbero adeguarsi.

Eppure una coppia che cerca di districarsi nel mare magnum dei centri che in Italia tengono conto di queste modifiche costituzionali può trovarsi in serie difficoltà.Nel corso di un recente convegno organizzato dall’Associazione Luca Coscioni, tra i promotori della richiesta di modifiche alla Corte Costituzionale, è emerso che l’Italia si colloca al primo posto della classifica dei Paesi dai quali si scappa per sottoporsi a interventi di fecondazione assistita (il 30% delle coppie si rivolge a centri in Spagna) e questo nonostante nel nostro Paese si registri un aumento costante del numero di coppie che scelgono di sottoporsi a Fivet con una percentuale di successo che varia tra il 22% e il 35% per ciclo.

Serpeggia la convinzione che la legge 40 allontani dall’Italia e dai centri nazionali le coppie che desiderano un bambino a causa di normative e vincoli che rendono sempre più difficile la fecondazione assistita sia per i medici che per le donne.

A rendere chiari i paradossi dell’applicazione della legge è il recente caso sollevato dall’ospedale Sant’Anna di Torino: già quattro donne che si erano sottoposte a fecondazione assistita hanno scelto di abortire uno dei tre embrioni che si erano impiantati.

La direzione dell’ospedale ricorda che da quando è entrata in vigore la legge 40 e il conseguente obbligo di impianto di tre embrioni contemporaneamente, sono aumentate esponenzialmente le gravidanze gemellari o trigemellari.

Una circostanza che ha aperto la  strada a interventi di embrioriduzione per le donne che non se la sono sentita di portare avanti una gravidanza plurima.

Da un lato la legge 40, dall’altro la legge 194 che permette un’interruzione di gravidanza in caso di rischio clinico o psichiatrico per la madre.

Secondo la direttrice del Dipartimento di Ostetricia del Sant’Anna, Tullia Todros, non è sufficiente che la Consulta abbia modificato l’impianto della legge 40, ma è indispensabile che queste modifiche diventino al più presto linee-guida ufficiali e che al medico venga permesso, nel pieno rispetto legislativo, di decidere quanti embrioni impiantare.

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