IMPORTANTI NOVITÀ SULLA VACCINAZIONE ANTI PAPILLOMAVIRUS
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26 Mag 2010
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A cura di Severina Cantaroni |
La notizia è di quelle davvero importanti, e ci arriva da uno studio presentato al 21esimo Congresso Europeo di Ostetricia e Ginecologia, tenutosi nei giorni scorsi ad Anversa, in Belgio.
Grazie alla vaccinazione con Cervarix®, il vaccino per la prevenzione del tumore della cervice uterina (messo a punto dalla casa farmaceutica GlaxoSmithKline), si è registrata una riduzione del numero dei casi di questo tumore variabile dall’81 al 92%.
La ricerca è stata condotta con modelli matematici che hanno preso in esame la frequenza del cancro della cervice uterina HPV-correlato in 12 Paesi europei.
Le analisi hanno inoltre dimostrato come la protezione crociata che si osserva dopo la vaccinazione mirata verso i ceppi 16 e 18 (responsabili da soli di oltre il 70% dei casi di tumore), possa contribuire a un’ulteriore riduzione delle neoplasie variabile tra l’8 e il 22%.
Il modello è stato costruito considerando la vaccinazione nelle ragazze di 12 anni, cioè la coorte primariamente interessata dai programmi di prevenzione dei diversi stati, Italia compresa.
Nel corso del 28esimo Meeting della Società Europea per le Malattie Infettive Pediatriche (ESPID) tenutosi a Nizza sono stati, inoltre, presentati i risultati dello studio HPV-023, che dimostrano come Cervarix® sia in grado di determinare un’efficacia elevata e l’immunogenicità per più di 8,4 anni dopo la prima vaccinazione in ragazze di età compresa tra i 15 e i 25 anni.
“Si tratta del periodo di monitoraggio più lungo per i vaccini attualmente in commercio con questa indicazione”, spiega Paolo Castiglia dell’Istituto di Igiene e Medicina preventiva dell’Università di Sassari. “Il dato è di estrema importanza pratica in quanto, oltre a confermare una duratura efficacia, documenta una elevata e prolungata risposta anticorpale, che al momento si ritiene costituisca un fattore fondamentale per stimare la durata della protezione del vaccino anti HPV. Vaccino che, se somministrato in età adolescenziale, dovrebbe garantire una protezione efficace per diversi decenni verso il tumore al collo dell’utero, caratteristico dell’età matura”.
Lo studio HPV-023 conferma, dunque, la capacità di Cervarix® di indurre una protezione a lungo termine verso i principali ceppi oncogeni del Papillomavirus.
Il che assume un valore determinante se si pensa che la donna rimane esposta all’infezione da Papillomavirus nel corso di tutta la vita sessualmente attiva.
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‘MISTER BONE’ E ‘OSTEOLINK’: DUE PROGETTI CONTRO L’OSTEOPOROSI
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16 Mag 2010
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A cura di Severina Cantaroni |
Per contribuire a fermare una patologia che riguarda, solo in Italia, quasi 5 milioni di persone tra uomini e donne oggi c’è anche Mister Bone, un progetto di educazione alimentare per la prevenzione dell’osteoporosi sperimentato in alcune scuole elementari di Firenze. Un progetto che il ministro Gelmini intende lanciare a livello nazionale. E c’è Osteolink, un programma sul tipo di Facebook per la gestione dell’osteoporosi, creato con lo scopo di informare i pazienti. I due progetti sono stati presentati a Firenze in occasione del congresso mondiale di osteoporosi organizzato dalle due maggiori società scientifiche IOF (International Osteoporosis Foundation) ed ECCEO (European Society for Clinical and Economic Aspects of Osteoporosis and Osteoarthritis) con la partecipazione di circa 12 mila specialisti.
Mr Bone
Raffigurato da un allegro ossicino antropomorfizzato e sostenuto da Amgen Dompé, il progetto si è sviluppato con una serie di divertenti fumetti, test, quiz, libri e giochi anche via web (www.misterbone.it). Lanciato lo scorso anno all’Istituto Ghiberti di Firenze con 215 studenti e relativi genitori delle elementari Niccolini e Anna Franck, Mister Bone ha evidenziato stili di vita spesso incongrui: deficit alimentari (poco latte, formaggio, frutta, dunque poco calcio e vitamina D) e scarse attività all’aria aperta.
Questi ragazzini hanno così imparato a nutrirsi a dovere e a fare opportuno movimento fisico en plein air. I risultati sono stati talmente interessanti, che l’esperienza è stata ripetuta quest’anno nelle stesse scuole con altri 211 bambini (111 maschi e 100 femmine). Ed è molto piaciuta al ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, che ha chiesto alla Regione Toscana di allargarla ad altri istituti, nell’ipotesi auspicabile di farne un programma per tutte le scuole d’Italia.
“Crescere con le ossa sane”, spiega l’endocrinologa dell’università di Firenze Maria Luisa Brandi, che presiede anche la Fondazione FIRMO ‘Raffaella Becagli’ cui fa capo il progetto Mister Bone, “equivale ad allontanare il pericolo di ammalarsi di osteoporosi da adulti. Ma Mister Bone e Osteolink servono anche a informare una classe medica che, in tema di patologie delle ossa, dimostra non di rado ignoranze preoccupanti”.
Osteolink
E’ uno strumento simile al più noto FaceBook per avere a disposizione, in qualsiasi momento, tutte le informazioni necessarie, per rafforzare le proprie relazioni e possibilmente costruirne altre con l’unico obiettivo di preservare al meglio la salute delle proprie ossa.
La necessità di uno strumento nuovo, facile ed efficace è emersa da una recente indagine condotta dall’International Osteoporosis Foundation (IOF) in 13 paesi (Francia, Germania, Italia, Spagna, UK, Austria, Belgio, Ungheria, Grecia, Paesi Bassi, Svezia, Svizzera e Australia) su 844 donne di più di 55 anni colpite da osteoporosi postmenopausale e 837 medici (per l’Italia hanno partecipato 80 donne e 80 specialisti). I risultati hanno evidenziato che i pazienti temono i possibili effetti dell’osteoporosi sulla loro qualità di vita molto più di quanto credano i medici e che mancano le informazioni e gli strumenti adeguati per fronteggiare tali preoccupazioni e quindi per avere un’efficace gestione della malattia.
I contenuti del programma saranno di volta in volta messi a punto da un comitato scientifico costituito da esperti di comunicazione e social networking, membri delle associazioni pazienti nazionali, IOF, medici e dai pazienti stessi. L’assistenza risponderà a tutte le necessità di informazione mettendo a disposizione strumenti innovativi quali video in streaming, podcast e newsfeed.
I nostri ragazzi? Poco Calcio e poca Vitamina D
Sarà perché consumano poco Calcio e poca Vitamina D. E sarà perché soprattutto chi abita in città fa poca vita all’aria aperta e poca attività fisica. Certo è che i nostri ragazzi sono tutti potenzialmente a rischio osteoporosi.
Ma vediamo i risultati definitivi di Mister Bone 2009 che mostrano chiaramente la concreta efficacia del progetto. L’assunzione di Calcio, il nutriente più importante per la salute dell’osso, è infatti aumentata da 870 a 1080 milligrammi al giorno e la Vitamina D, senza cui l’organismo non riesce ad assorbirlo, da 3,6 a 4,1 microgrammi. Queste variazioni corrispondono evidentemente a nuove abitudini alimentari che non si riflettono però sull’apporto calorico totale, sostanzialmente invariato (da 1650 a 1670 calorie quotidiane).
Il dato è molto importante alla luce della crescente epidemia di obesità tra la popolazione infantile. In questo caso, infatti, i bambini non hanno mangiato di più, ma hanno evidentemente consumato alimenti più salutari e ricchi di Calcio. In effetti, sono aumentati sia i soggetti che bevono latte (dal 92 al 96%), sia il consumo giornaliero pro capite (da 200 a 270 millilitri).
Analogo, anche se meno evidente, il trend della verdura: la percentuale dei consumatori è salita da 89 a 96 e le dosi giornaliere da 160 a 210 grammi.
Siamo comunque a livelli assai inferiori rispetto a quanto raccomandato dalle linee guida nazionali e internazionali.
Primavera: è tempo di allergie
Ogni stagione ha i suoi pro e i suoi contro.
L’inverno porta con sé l’influenza. La primavera, invece, le tanto temute allergie.
Allergie: sono sempre di più gli italiani che ne soffrono. Negli ultimi dieci anni si è passati dal 5% al 20%. Insomma, entro tempi brevi, un italiano su cinque dovrà subire starnuti, occhi che lacrimano e malanni.
Ma come fare a combattere questa fastidiosa e diffusissima patologia?
I rimedi rimangono quelli di sempre: vaccini e antistaminici.
Ma l’efficacia della cura resta comunque limitata a causa dell’incertezza della diagnosi: ogni soggetto è intollerante a diversi allergeni ed un solo vaccino non può avere gli stessi risultati su tutti.
I più colpiti rimangono senza dubbio i bambini, che devono combattere con i pollini, ma anche con l’inquinamento e lo smog che aumentano il livello delle micro-polveri presenti nell’atmosfera. Soprattutto ai più piccoli sono, infatti, rivolte le raccomandazioni degli specialisti come quella di evitare di restare troppo all’aria aperta.
I soggetti allergici devono stare molto attenti a uscire nelle giornate primaverili più calde: il rischio è quello di essere colpiti da violenti attacchi d’asma.
I pollini raggiungono concentrazioni atmosferiche elevate quando la temperatura aumenta. È preferibile fare passeggiate o stare all’aria aperta nelle giornate più fresche; paradossalmente, anche piogge e temporali sono nemici delle allergie: quando piove, infatti, la concentrazione delle molecole allergeniche può improvvisamente aumentare.
Dunque sembra che non ci sia scampo per l’allergia.
Ma quali sono gli strumenti necessari per combattere congiuntiviti, pruriti e raffreddori?
Si parte dai più semplici fazzoletti – le vie aree devono essere sempre ben pulite – ai medicinali.
Ma i soggetti allergici, quelli cioè che ogni anno fanno puntualmente i conti con l’allergia, devono necessariamente affidarsi alle cure di uno specialistica, senza sperare di riuscire a risolvere il problema da soli.
Una magra consolazione la regala il tempo. A causa del freddo prolungato il processo di fioritura di molte piante è stato ritardato, ma è solo questione di giorni: occhi rossi e starnuti busseranno presto alle porte di numerosi italiani.
ALTRI CONTENUTI DA CONSULTARE:
Un’innovativa tecnica per diagnosticare con maggiore accuratezza le allergie alimentari
I ricercatori del MIT di Boston, coordinati dallo studioso Christopher Love, mettono a punto una tecnica per analizzare le cellule immunitarie individuali e diagnosticare con certezza le allergie.
“Un gran numero di diagnosi di allergie è ambiguo e non sicuro: questa tecnica permetterebbe di diagnosticare con certezza e in breve tempo un’allergia alimentare“ ha spiegato Love, che ha condotto il suo lavoro su richiesta del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID).
L’esigenza di rendere più sicure le diagnosi di allergia alimentare nasce dal fatto che, secondo recenti studi, il 30% degli americani crede di essere allergico a un qualche alimento, ma in realtà solo il 5% circa lo è veramente.
Il metodo messo a punto nei laboratori del MIT invece di ricercare gli anticorpi nel sangue del paziente analizza i livelli di citochine, piccole proteine che vengono prodotte dalle cellule del sistema immunitario quando è in atto una reazione allergica. In caso di allergie alimentari, le citochine più interessanti sono le IL4, IL5 e IL9: i ricercatori hanno isolato i globuli bianchi, li hanno esposti a potenziali allergeni e hanno individuato le citochine di ogni singola cellula utilizzando una tecnica chiamata microengraving.
Per approfondire:
Valutazione allergologica
ll visita allergologica consiste in una valutazione attenta del quadro clinico per arrivare alla definizione di specifici provvedimenti terapeutici e preventivi propri del singolo caso. Indirizzano nella scelta del corretto percorso diagnostico terapeutico personalizzato una anamnesi attenta e la tipologia dei sintomi riferiti dalla persona. In particolare possono essere indicati quattro profili per la gestione del soggetto allergico in base alle specifiche esigenze valutate dal medico:
Percorso diagnostico terapeutico allergologia respiratoria :
- Visita;
- Test cutanei;
- Test sierologici;
- Ige totali;
- Ige specifiche.
- Valutazione funzionale;
- Spirometria;
- Rinomanometria.
- Test di provocazione aspecifici;
- Metacolina;
- Esercizio fisico.
- Test di provocazione specifici;
- Allergeni per inalazione o per inoculo congiuntivele.
- Altri accertamenti;
- Medico-specialistici (otorinolaringoiatra, oculista, ecc.);
- Di laboratorio (cellule e mediatori);
- Dosaggi ambientali (allergeni acaridici, valutazione pollini).
- Provvedimenti;
- Immunoterapia specifica (i.t.s.);
- Farmacoterapia;
- Prevenzione e protezioni in ambiente di vita.
Percorso diagnostico terapeutico allergologia cutanea:
- Visita;
- Test cutanei;
- patch test apteni di contatto (serie standard e serie integrative);
- Test di provocazione specifici;
- Altri accertamenti;
- Medico-specialistici;
- Di laboratorio (cellule e mediatori);
- Dosaggi ambientali.
- Provvedimenti;
- Farmacoterapia;
- Terapie termali;
- Prevenzione e protezioni in ambiente di vita.
Percorso diagnostico terapeutico allergologia professionale:
- Visita;
- Test cutanei;
- Prick test;
- Intradermo test;
- Patch test.
- Test sierologici;
- Ige totali;
- Ige specifiche;
- Igg specifiche.
- Valutazione funzionale;
- Spirometria;
- Rinomanometria.
- Test di provocazione aspecifici;
- metacolina;
- esercizio fisico.
- Monitoraggio picco di flusso (p.e.f.);
- Periodi di lavoro;
- Periodi di sospensione.
- Test di provocazione specifici;
- Esposizione controllata;
- Test occupazionale;
- Test con composti professionali.
- Altri accertamenti;
- Medico-specialistici;
- Di laboratorio;
- Determinazioni in ambiente di lavoro.
- Provvedimenti; Immunoterapia specifica (i.t.s.) in alcuni casi;
- Prevenzione e protezione in ambiente di lavoro;
- Supporto farmacologico; Valutazione scelte lavorative.
Percorso diagnostico terapeutico allergologia insetti pungitori:
- Visita;
- Test cutanei;
- Intradermo test;
- Prick test .
- Test sierologici;
- Ige totali;
- Ige specifiche;
- Igg specifiche.
- Altri accertamenti;
- Medico-specialistici;
- Entomologici.
- Provvedimenti;
- Immunoterapia specifica (i.t.s.) in casi definiti;
- Istruzione e prevenzione medica;
- Guida al comportamento.
Data pubblicazione 21/04/2010 0.00.00
Data ultima modifica 21/04/2010 13.05.00
Allergie alimentari
Le allergie alimentari sono reazioni avverse ad alcuni cibi, causate da una risposta immunitaria abnorme ad una o più proteine.
Le allergie alimentari più diffuse sono quelle al latte vaccino, alle uova, alla soia, ai cereali, alle arachidi, al pesce e ai crostacei.
Generalmente, si presentano nella prima decade di vita e sono direttamente collegate allo sviluppo del sistema immunitario. Alcune allergie si scatenano già ne primi mesi di vita, durante l’allattamento, in seguito ad una risposta immunitaria provocata dalle proteine alimentari presenti nel latte materno.
Circa l’85% dei bambini con allergie alimentari guariscono spontaneamente nei primi 3-5 anni di vita, anche se la persistenza in età adulta diventa sempre più comune.
Oltre ad una predisposizione ereditaria, le allergie alimentari possono essere favorite da alcuni fattori ambientali: l’inquinamento urbano, l’esposizione al fumo di sigaretta durante l’infanzia (o durante la gravidanza della madre), la permanenza in ambienti umidi.
Soprattutto in fase di diagnosi, è importante distinguere le allergie alimentari dalle semplici intolleranze e dalle avversioni ad alcuni cibi.
Le intolleranze alimentari sono delle reazioni all’ingestione di determinati cibi (anche in piccole quantità) e delle loro componenti (carboidrati, proteine, grassi, additivi) causate da carenze metaboliche.
L’avversione alimentare è invece una reazione psicologica provocata dall’associazione di emozioni negative a determinati cibi.
Data pubblicazione 06/02/2007 0.00.00
Data ultima modifica 06/02/2007 0.00.00
Test allergologici
Sono milioni gli italiani soggetti ad allergie; alcuni sottovalutano questa condizione perché i loro sintomi sono piuttosto lievi e non incidono fortemente sulla vita quotidiana.
Altri, purtroppo, sperimentano una condizione invalidante, perché costretti a casa o impediti nelle attività lavorativa e ricreativa o nelle relazioni sociali da riniti allergiche e crisi d’asma, da eczemi o dermatiti.
Sono proprio i pazienti appartenenti a questa seconda categoria che necessitano di più del consulto di uno specialista allergologo che potrà aiutarli a risolvere i problemi legati alle crisi allergiche.
Il primo passo verso la diagnosi di allergia è sempre il colloquio con il paziente. L’allergologo cercherà di capire, durante il colloquio, i sintomi della reazione allergica, la loro intensità, la loro frequenza, ma anche in quali occasioni essi si presentano, indagando la vita familiare del paziente, la presenza eventuale di animali domestici in casa, abitudini alimentari e di vita. Il passo successivo consiste nella conferma della condizione allergica e nella ricerca dell’allergene che scatena la crisi.
I due tipi di esami che solitamente vengono condotti per accertarsi della presenza di un’allergia in corso sono i test cutanei e gli esami del sangue.
Tutti possono effettuare test allergologici, adulti e bambini; sarà l’allergologo a decidere quale test è più adeguato all’età e al tipo di allergia sospettata nel paziente, alla sua storia familiare e alla sua storia clinica.
Per quanto riguarda i rischi, ogni test allergologico può, potenzialmente, comportare rischi minimi, ma i test cutanei sono piuttosto sicuri da questo punto di vista. Soltanto in rari casi può verificarsi uno shock anafilattico.
I test cutanei
I test cutanei sono di due tipi: il test percutaneo ed il test intracutaneo.
In un test percutaneo, i sospetti allergeni vengono strofinati o inseriti in una piccola incisione sulla pelle del paziente, solitamente quella dell’avambraccio; il test è condotto per più allergeni contemporaneamente e reazioni quali gonfiore moderato ed arrossamento rivelano la reazione agli allergeni presi in considerazione.
In un test intracutaneo, invece, l’allergene viene iniettato direttamente sotto pelle; si tratta di un esame molto più sensibile e che, per questo motivo, potrebbe anche dare risultati falsati o produrre reazioni sistemiche.
In genere i test cutanei non provocano problemi e non sono dolorosi, anche se un piccolo fastidio può essere avvertito, nei due casi, per il trattamento della pelle nei luoghi di iniezione e di strofinatura.
Il grande vantaggio dei test cutanei è l’immediatezza dei risultati, che giungono dopo circa 20 minuti dall’inizio del test. Bisogna, però, aspettare almeno altri 30 minuti per osservare eventuali reazioni più forti all’allergene, soprattutto se si è effettuato un test intracutaneo.
Talvolta possono presentarsi reazioni ritardate, che tendono a scomparire dopo circa 24-48 ore. In questo caso, però, bisogna comunque comunicarlo al medico.
L’esame del sangue è principalmente volto alla ricerca, nel circolo sanguigno, di anticorpi agli allergeni specifici. Solitamente si effettua un test chiamato RAST (RadioAllergoSorbent Test, cioè test radioallergoassorbente) che cerca la quantità di IgE nel sangue in circolo (la presenza di immunoglobuline E è la conferma di una reazione allergica in atto).
Altri test effettuati sul sangue cercano la quantità di immunoglobuline (elettroforesi sierica) e la quantità di eosinofili (un aumento di eosinofili è un altro indizio a favore di un’allergia in atto).
A differenza dei test cutanei, i risultati dell’esame del sangue richiedono diversi giorni di lavorazione perché il campione di sangue deve essere inviato in un laboratorio specialistico per essere analizzato e i risultati inviati al medico che ha effettuato il prelievo.
Altri esami
Vanno ricordati anche altri due tipi di test, il test di provocazione ed il test di eliminazione.
Il primo implica l’esposizione del paziente al sospetto allergene, sempre sotto stretto controllo medico, in quanto questo esame potrebbe provocare una reazione severa, se non addirittura uno shock anafilattico.
Il secondo tipo di esame, invece, consiste nell’eliminare (soprattutto quando si tratta di allergie alimentari, ma anche nei casi di allergie agli animali domestici) per varie settimane la fonte che scatena l’allergia per provare ed avere conferma che sia proprio quello l’allergene che provoca la crisi.
L’esame va effettuato in più sedute, anche perché dovrebbe essere condotto senza che il paziente sappia della sospensione di questo allergene, pena il condizionamento psicologico.
Data pubblicazione 06/02/2007 0.00.00
Data ultima modifica 08/10/2009 18.05.00
La pollinosi rappresenta almeno il 50% di tutte le sindromi allergiche che affliggono periodicamente adulti e bambini. Ma, pur essendo la più diffusa, non è sicuramente l’unica forma di allergia. Infatti anche gli animali domestici, la polvere, alcuni alimenti e farmaci possono risultare pericolosi e scatenare reazioni allergiche temibili.
Data pubblicazione 06/02/2007 0.00.00
Data ultima modifica 17/12/2009 13.15.00
Interviste
HPV e il tumore del collo dell’utero
10/07/2007
Umberto Veronesi
La prevenzione è fondamentale per allontanare la malattia. Lo è anche per il Papilloma virus (HPV), un virus che colpisce il tratto genitale, senza avvisaglie ma restando silenzioso sia quando è ancora ospite inattivo che nel momento in cui si risveglia. Ne abbiamo parlato con il Professor Umberto Veronesi
* Professore, è stato più volte detto che il papilloma virus è una famiglia di virus che può colpire cute e mucose. Ma quale ruolo può avere nello sviluppo dei tumori della cervice, della vagina e della vulva?
Svariati studi di epidemiologia hanno dimostrato che la presenza dell’HPV è la causa principale dello sviluppo del carcinoma del collo dell’utero. Le infezioni da HPV sono molto comuni e colpiscono circa l’80% delle donne in età giovane (all’inizio dell’attività sessuale) ma nella maggior parte dei casi l’organismo se ne libera spontaneamente ed il virus scompare nell’arco di 12-18 mesi. In una piccola parte, invece, il virus permane nel corpo e venendo a contatto con il collo uterino ne aumenta le probabilità di sviluppare il carcinoma. Non tutti i virus hanno la medesima aggressività: ve ne sono alcuni a basso rischio, come il 6 e l’11, ed altri ad alto rischio, quali il 16, 18, 31 e 45, con un potenziale oncogeno importante. Sono questi i più temibili.
* Abbiamo parlato di percentuali e l’80% di donne colpite è piuttosto alta. Quale è l’incidenza dei tumori della cervice uterina?
In Italia si registrano ogni anno 3.500 nuovi casi di carcinoma al collo dell’utero. E’ la seconda causa di morte nelle donne giovani con età compresa fra i 15 ed i 44 anni, con circa 1.500 decessi. La guaribilità del carcinoma del collo uterino è elevata grazie alla diagnosi precoce (Pap-test). Purtroppo nel nostro Paese ancora troppe donne non eseguono questo esame e se il tumore viene scoperto quando si è già diffuso ai linfonodi la guarigione è problematica.
* Sono dati poco rassicuranti. Qual è la causa?
Esistono fattori scatenanti che ne possono incrementare lo sviluppo? L’HPV è un virus che si trasmette per via sessuale. Il numero di rapporti costituisce il maggiore fattore di rischio. Le donne vergini non hanno carcinoma dell’utero.
* Rapporti sessuali protetti possono salvaguardare dal contrarre il virus?
Anche se il preservativo non difende completamente dal rischio di infezione, è sempre una buona protezione, soprattutto in caso di rapporti occasionali.
* Ad ogni donna si è sempre raccomandato di eseguire annualmente il Pap-test. Oggi esiste però l’HPV test che consente di effettuare analisi genetiche sui campioni di cellule cervicali. Un risultato positivo è indice di tumore?
L’HPV test è un esame più all’avanguardia. Si esegue come un Pap test ma in laboratorio viene fatta una analisi che consente di scoprire la presenza del virus nelle cellule, ossia di individuare i virus pericolosi prima che producono il danno oncogeno nelle cellule del collo uterino. Un risultato positivo dell’HPV test è dunque indice solo di un maggiore rischio di sviluppare un tumore del collo dell’utero non della presenza di malattia.
* Lancet, rivista internazionale, ha pubblicato uno studio sull’efficacia dell’HPV test. Quali sono i risultati emersi?
Lo studio è il più ampio ma i realizzato. È stato condotto su 11.000 donne fra i 30 e i 60 anni ed ha accertato che il test ha una sensibilità del 97.1% nell’individuare le alterazioni del collo dell’utero di alto grado contro il 76.6% del Pap-test. Inoltre abbiamo avuto conferma che in donne con Pap-test negativo e HPV positivo, è possibile rilevare con un controllo a un anno lesioni non evidenziate dal Pap test.
* Pap- test ed HPV test sono dunque i controlli ginecologici consigliati a tutte le donne. Ma oggi si sta sperimentando un vaccino, indicato per tutte quelle donne non ancora entrate in contatto con il virus. Che cosa ne pensa?
Penso che sia la soluzione per un migliore controllo delle lesioni precancerose e del tumore del collo dell’utero. E un’ottima prevenzione e i dati della sua efficacia su 25.000 donne di 33 Paesi lo dimostrano.
* Il Ministro della Salute Livia Turco sta promuovendo la vaccinazione fra la popolazione femminile a scopo preventivo. La consiglierebbe a tutte le giovani donne in età compresa fra i 9 e i 25 anni?
Sì, poiché il nuovo vaccino potenzia le difese del sistema immunitario contro i ceppi di papilloma virus cattivi e protegge dal contagio attraverso i rapporti sessuali.
* E’possibile fare previsioni sull’andamento dei tumori genitali nel prossimo quinquennio con la diffusione della vaccinazione?
La diffusione della vaccinazione porterà ad una diminuzione dei tumori del collo dell’utero. Si potrà registrare viceversa un aumento dei tumori del corpo dell’utero, per l’invecchiamento della popolazione, specie nelle donne obese. Per i tumori dell’ovaio la miglior prevenzione è l’uso prolungato della pillola anticoncezionale.
Francesca Morelli
Diabete: quale dieta seguire?
05/03/2010
Intervista a Giacinto Miggiano
Esiste una dieta ad hoc per i diabetici? Ne abbiamo parlato con Giacinto Miggiano, Direttore del Centro di Nutrizione Umana.dell’Università Cattolica (di Roma)
1. Dottor Miggiano, si può parlare di una dieta mirata per chi ha problemi di diabete?
Direi proprio di si. Il diabete infatti è una condizione patologica in cui l’organismo non ha la possibilità di utilizzare gli zuccheri (glucosio) dell’alimentazione o perché non produce a sufficienza l’ormone insulina (questo è il caso del Diabete di tipo I, detto anche ‘insulino-dipendente) oppure più frequentemente perché l’insulina non riesce a funzionare adeguatamente (Diabete di tipo II) per l’instaurarsi di una certa ‘resistenza all’insulina’ che costringe il pancreas a lavorare sempre di più con il pericolo di esaurire prima o poi la sua capacità funzionale. La regola d’ora, che vale anche per i soggetti sani e soprattutto per i pazienti diabetici, è quella perciò di evitare i carichi di zucchero (carico di glucosio) sia attraverso una migliore distribuzione dei pasti nella giornata sia con il ricorso ai cibi che rilasciano più lentamente il glucosio durante la digestione, i cosiddetti alimenti a indice glicemico basso. Entrambe queste indicazioni sono volte a controllare l’innalzamento della glicemia dopo il pasto e quindi provocare una minore risposta insulinica evitando così l’instaurarsi della insulinoresistenza, condizione metabolica che è causa di molte altre malattie associate al diabete, e combattere i picchi elevati di glucosio nel sangue, cause di complicanze a breve e lungo termine della malattia diabetica. Queste regole non valgono solamente per i pazienti con diabete, ma sono rivolte a tutti coloro che vogliono prevenire la comparsa di tale patologia o delle altre malattie che spesso si accompagnano. A parità di gusto per il palato, è sempre bene privilegiare quei cibi che permettono di controllare o di tenere costante la concentrazione di zuccheri nel sangue. Facciamo un esempio su alcuni alimenti che non mancano mai dalla nostra tavola: il pane e la pasta. Il pane di semola di grano duro o il pugliese di Altamura è preferibile a quelli prodotti con farina di grano tenero, così come è meglio un buon piatto di spaghetti o di pasta corta di grano duro a delle tagliatelle all’uovo; l’optimum sarebbe se la pasta fosse con farina integrale.
2. Perché è così importante tenere sotto controllo la glicemia?
Mantenere sotto controllo il valore dello zucchero del sangue (glicemia) è un vantaggio sia per la salute che per la linea. Ogni volta che mangiamo alimenti contenenti zuccheri (farinacei, tuberi, legumi, frutta) infatti modifichiamo la nostra glicemia e, se questa si impenna, l’organismo deve provvedere a riportarla nella norma secernendo un ormone (insulina). È dunque sempre opportuno fare attenzione ai cibi che ingeriamo per evitare sbalzi troppo bruschi (in alto ed in basso) della glicemia, una altalena che produce uno stress metabolico e ormonale dell’intero organismo con ripercussioni sul peso corporeo e sulla salute degli organi, il cuore ed i vasi sanguigni (ma non solo!).
3. Quali sono i cibi a più basso indice glicemico?
Ogni cibo ha una sua peculiare capacità di variare il valore della glicemia. Quelli a più basso indice glicemico, oltre il pane e la pasta integrali, sono i legumi; anche fra la frutta fresca esistono delle differenze. Questo discorso non riguarda alimenti come carne, pesce e uova, anche se nella dieta del diabetico, in presenza di complicanze come l’alterazione dei lipidi nel sangue, o semplicemente per un fatto di prevenzione, è bene scegliere con cura anche i cibi di quest’ultima categoria.
4. Ci sono fattori che possono influire sull’indice glicemico?
Certamente. L’indice glicemico non è immutabile e può subire delle variazioni per il metodo di cottura dei cibi; ad esempio la bollitura parziale della pasta (spaghetti ‘al dente’) tende ad arginare il potere degli alimenti di innalzare la glicemia. O ancora, la presenza nel pasto di cibi con fibra solubile – che troviamo nell’avena, nei legumi, in alcuni tipi di frutta o nelle verdure come i carciofi – che è in grado di assorbire elevate quote di acqua, formando nell’intestino una sorta di gel. Per ultimo anche il contenuto di grassi (olio) nel pasto, rallentando lo svuotamento dello stomaco, sembra ritardare l’innalzamento della glicemia.
5. Dunque chi ha problemi di diabete dovrebbe privilegiare cibi con alto contenuto di fibre?
Sì, perché la fibra ritarda l’assorbimento dei carboidrati così da contribuire al controllo dei livelli di glucosio nel sangue. Il consumo giornaliero di cinque porzioni di frutta e verdura, ossia 100 grammi di verdura o ortaggi a crudo o 50 grammi di insalata per esempio, oppure 150 grammi di frutta, e di quattro porzioni alla settimana di legumi, può risultare utile per fornire il minimo fabbisogno di fibre. Inoltre i grassi, dal burro agli insaccati, vanno inseriti con moderazione nella dieta, mentre c’è un po’ più di permissività nell’uso dell’olio di oliva extravergine, che è ricco di ‘grassi buoni’. La raccomandazione è che la quantità totale di alimenti assunti venga ripartita in tre pasti principali - la colazione, il pranzo e la cena -, intercalati da due o tre piccoli spuntini che forniscono un apporto costante di glucidi ed evitano così le punte di glicemia che si verificano dopo il pasto o le ipoglicemie tra un pasto e l’altro.
6. I diabetici devono rinunciare a mangiare zuccheri e dolci?
No, seppure con moderazione. Un pezzetto di dessert a fine pasto è consentito anche perché con lo stomaco pieno gli zuccheri contenuti nei dolci vengono assorbiti più lentamente, non agendo sulla glicemia con il medesimo impatto di quando vengono consumati a digiuno. Naturalmente una fetta di dolce, una o due volte a settimana, dovrà essere compensata con una riduzione dell’apporto di carboidrati. Anche l’utilizzo del saccarosio è ammesso ma il suo apporto totale non potrà superare i 30 grammi al giorno, ossia più o meno due cucchiaini da caffè. Queste indicazioni sono valide non soltanto per i diabetici ma anche per coloro che desiderano perdere peso.
7. Qualche altro consiglio?
Fare attività fisica: il movimento (dei muscoli) contribuisce ad abbassare la glicemia e contribuendo a bruciare i grassi (soprattutto il grasso viscerale) favorisce la correzione della ‘Insulino-resistenza’ eliminando una causa del progressivo esaurimento del pancreas. Molti altri vantaggi sono legati ad una regolare e moderata attività fisica nel diabetico (come nel soggetto normale). Una camminata di 30-60 minuti al giorno, possibilmente a passo svelto, aiuta a smaltire quella piccola trasgressione culinaria che ci siamo concessi!
8. Quali sono oggi le terapie farmacologiche per la cura del diabete?
Se la dieta e l’esercizio fisico non sono sufficienti a tenere sotto controllo la glicemia, si può ricorrere a dei farmaci e quindi alla supervisione del medico diabetologo. L’insulina nelle varie preparazioni per via sottocutanea resta comunque il trattamento necessario per la cura del diabete sia di tipo 1, ossia quello causato dalla distruzione delle cellule beta nel pancreas, sia di tipo 2 nel quale la produzione di insulina è molto ridotta (oppure in condizioni particolari, come in gravidanza). Per il diabete di tipo 2 (con ‘insulinoresistenza’) il primo provvedimento da intraprendere è naturalmente quello di aumentare la sensibilità all’Insulina normalmente prodotta attraverso una dieta (povera di calorie) che riduca l’accumulo di grasso dell’organismo, porti ad un decremento del carico totale e relativo di zuccheri (nei pasti della giornata) e favorisca il lavoro dei muscoli (con il movimento). Se queste indicazioni non dovessero essere sufficienti, si ricorre innanzitutto a dei farmaci (insulinosensibilizzanti, come biguanidi e glitazoni) che migliorano la ‘sensibilità’ di cellule (muscolari ed adipocitarie) divenute resistenti all’azione dell’ormone, oltre che avere altre funzioni utili del metabolismo del glucosio (come ad esempio la riduzione della produzione di glucosio nell’interno degli epatociti). Ci sono poi gli inibitori dell’alfa-glucosidasi intestinale che agiscono rendendo più lento l’assorbimento dei carboidrati ingeriti con l’alimentazione, arginando quindi i picchi di glicemia che si verificano dopo i pasti. La terapia classica vede inoltre l’intervento di farmaci secretagoghi (sulfoniluree e glinidi) che stimolano la produzione di insulina da parte del pancreas, legandosi a specifici recettori presenti sulle cellule beta. I farmaci più recenti sono invece gli Incretino-mimetici, ossia sostanze che mimano l’azione di ormoni elaborati fisiologicamente da alcune cellule dell’intestino in risposta al pasto (Incretine) e promuoventi il rilascio di insulina, e gli Inibitori del Dipetptidil-peptidasi –IV (DDP-IV), che sono dei farmaci che svolgono la doppia funzione di bloccare un enzima specifico e di potenziare l’attività delle incretine. Sono ovviamente farmaci potenti, costosi e la cui valutazione sul rapporto costo/beneficio non è ancora conclusa.
Francesca Morelli