Stile di vita e prevenzione del diabete

(The Lancet)

 

Nel 2002 il Programma di Prevenzione del Diabete (DPP) ha riferito che gli interventi sullo stile di vita e la metformina diminuiscono nei 3 anni successivi l’incidenza di diabete di tipo 2 (al pari del ricorso alla metformina) in 3200 adulti sovrappeso con ridotta tolleranza glicidica, con una diminuzione rispettivamente del 58% e del 31%.

Adesso vengono riferiti i risultati di quello studio dopo ulteriori 6 anni di follow-up, durante il quale si sono sempre realizzati ogni 2-3 mesi incontri volti a monitorare lo stile di vita, mentre al gruppo della metformina è stato semplicemente fornito il farmaco, per assunzioni due volte al giorno. Parallelamente si è seguito un gruppo di pazienti con assunzione di placebo.

Nel periodo dello studio l’incidenza dei nuovi casi di diabete è stata praticamente uguale in tutti e tre i gruppi di soggetti, anche se l’estensione delle regole dello stile di vita anche al gruppo della metformina e del placebo pare abbia ridotto l’incidenza di nuovi casi.

Durante i complessivi 10 anni si è registrata una riduzione del diabete di circa il 34% nel gruppo dello stile di vita e del 18% nel gruppo della metformina, rispetto al gruppo del placebo. Da notare che tutti e tre i gruppi di pazienti hanno presentato una lieve riduzione del peso corporeo (da 1 a 2.5 kg).

 

Il commento a questo articolo:

Viene ulteriormente ribadita l’importanza dello stile di vita, che nella prevenzione del diabete si dimostra superiore alla metformina. Nel tempo, si vedrà anche se tale intervento sia in grado di ridurre i danni microvascolari e neurologici, oltre alla mortalità specifica del diabete.

Per ora, comunque, è opportuno ribadire che le modifiche delle abitudini di vita sono alla base del concetto di “buona salute” e a quello di prevenzione in genere.

Fibromi uterini

 

Cos’è

Il fibromioma, più frequentemente conosciuto come fibroma uterino, è un tumore muscolare benigno e frequente dell’utero. Sinonimi sono Mioma, Leiomioma.
Il fibroma è una patologia tipica dell’età fertile e come tale può essere stimolato nel suo accrescimento dalla produzione ormonale ovarica. Infatti con la menopausa si verifica spesso una sua riduzione di volume. Più del 25% delle donne con più di 30 anni sono portatrici di uno o più fibromi, ma meno del 25% di questi fibromi sono accompagnati da sintomi.
La possibilità che un fibroma possa degenerare in forma maligna è estremamente rara (circa 1 su 1000); tale rischio può essere sospettato di fronte ad un rapido accrescimento di volume riscontrato in occasione di controlli clinici o ecografici. Con la menopausa, cessando la stimolazione ormonale, il fibromioma tende a regredire spontaneamente.

Come me ne accorgo

Tre volte su quattro il fibromioma viene scoperto durante una visita ginecologia di controllo o un’ecografia. Il sintomo più frequente è l’emorragia uterina che può manifestarsi o con un’abbondanza delle mestruazioni o con sanguinamenti durante il ciclo. In alcune donne, che non si preoccupano dell’aumento delle mestruazioni, può essere rivelatrice di fibroma un’anemia ipocromica.

Molto spesso la presenza di un fibromioma, soprattutto se di grandi dimensioni, può provocare dolore e/o senso di peso al basso ventre o a livello lombo-sacrale. Inoltre, in rapporto a volume e sede del fibroma, possono essere presenti sintomi urinari (stimolo ad urinare frequentemente o talora incontinenza urinaria) in caso di pressione sulla vescica (che è in stretta vicinanza dell’utero), oppure sintomi intestinali per compressione sul retto con conseguente difficoltà alla defecazione. In alcuni casi la presenza di un fibroma può causare problemi di sterilità.

Gli esami

Il primo esame che permette di diagnosticare un fibromioma è la normale visita ginecologica: un fibroma molto voluminoso può talora già essere sospettato alla palpazione dell’addome. L’esplorazione vaginale consente di apprezzare l’utero irregolarmente aumentato di volume e di consistenza aumentata. Nella diagnostica dei fibromi uterini è fondamentale l’ecografia: l’ecografia addominale è sempre necessaria per valutare la grandezza e la localizzazione dei fibromi di grandi dimensioni; la via vaginale può esser utile per un’analisi più precisa delle pareti uterine. Il momento migliore per fare un’ecografia è a metà ciclo.

L’ecografia è utilissima nel controllare nel tempo l’eventuale tendenza all’accrescimento dei fibromi. Per studiare meglio la cavità uterina, si rende necessaria l’isteroscopia e l’isterosalpingografia.

Cosa aspettarsi

La prognosi dei miofibromi è buona. In caso di gravidanza, le complicanze sono rare, ma si rende necessario un controllo assiduo per precisare le variazioni di volume, la sua sede rispetto all’inserzione della placenta e, a fine gravidanza, rispetto alla posizione del feto. La menopausa provoca, nella maggior parte dei casi, una riduzione di volume dei fibromi.

Che fare

La scelta della terapia dipende da vari fattori: l’eventuale presenza di sintomi e la loro entità, l’età della paziente, l’eventuale desiderio di gravidanze, il volume del fibroma. Per un fibroma non molto voluminoso, in una paziente che non presenta sintomi, può essere sufficiente tenere una condotta di attesa, limitandosi a dei controlli periodici (visita ginecologica ed ecografia ogni sei mesi). Al contrario in una paziente sintomatica vanno fatte delle scelte terapeutiche, che possono essere in alcuni casi di tipo farmacologico, e più frequentemente, di tipo chirurgico.
La terapia farmacologica può essere utile soprattutto per controllare la tendenza all’emorragia e, se necessario, per far fronte al dolore. Non ci si può aspettare però dalla terapia medica la regressione totale del fibroma.

Per dominare la sintomatologia emorragica possiamo disporre di diverse categorie di farmaci:

  • Progestinici: sono particolarmente indicati nel bloccare la menometrorragia e talora riescono anche a ridurre la sintomatologia dolorosa. Solitamente vengono assunti per via orale (in forma di compresse) per 10-15 giorni a ciclo per più cicli, secondo l’indicazione del Ginecologo curante.
  • Danazolo: anche questo preparato è efficace nel controllare le menometrorragie ed inoltre la terapia deve essere protratta per 4-6 mesi e può frenare l’ulteriore sviluppo del fibroma (o dell’utero fibromatoso); si tratta però di un farmaco che presenta effetti collaterali e va somministrato sotto stretta sorveglianza.
  • GnRH analoghi: questi preparati (solitamente somministrati in forma di iniezioni intramuscolari) comportano un blocco temporaneo della attività di produzione ormonale da parte delle ovaie. In questo modo si instaura una sorta di menopausa farmacologica reversibile, in conseguenza della quale si ha una cessazione delle mestruazioni (amenorrea) ed una certa riduzione di volume dei fibromi. Tali effetti però non sono permanenti: dopo la sospensione della terapia può ripresentarsi la precedente sintomatologia emorragica, ed inoltre può riprendere l’accrescimento dei fibromi.

Tale terapia non può essere protratta per un periodo molto lungo a causa dei fastidiosi sintomi di tipo menopausale (ad es. le vampate di calore) e dell’effetto favorente l’osteoporosi che può comportare. Pertanto tale scelta terapeutica viene fatta o in vista di un intervento chirurgico (con l’intento di favorire una riduzione di volume del fibroma per agevolare l’intervento), o in una paziente molto vicina alla menopausa per controllare le menometrorragie fino alla cessazione spontanea delle mestruazioni.

La scelta di una terapia chirurgica si impone nei casi in cui le emorragie sono frequenti e abbondanti e non c’è stato un beneficio con la terapia medica oppure nei casi in cui il volume cospicuo di un fibroma (o di un utero fibromatoso) crea dolore o disturbi da compressione di organi vicini (vescica e/o intestino). La chirurgia è necessaria per rimuovere un fibroma che per la sua sede ostacola la fertilità.
Gli interventi chirurgici sono:

  • miomectomia: semplice asportazione di uno o più fibromi, conservando quindi l’utero.Tale scelta è abitualmente da privilegiare per fibromi di piccole dimensioni e quando la paziente è in età fertile.
  • isterectomia: asportazione totale dell’utero. Tale scelta è più indicata nella paziente in età peri- o postmenopausale, ed in quei casi più complessi come la presenza di miomi multipli e/o voluminosi.

    Consigli

    Non trascurare un aumento del flusso mestruale e sottoporsi a un controllo ginecologico regolare.

 

Data pubblicazione 10/10/2007 0.00.00
Data ultima modifica 08/10/2009 18.30.00

Artrite reumatoide

 

L’artrite reumatoide è una malattia ad impronta autoimmune ed eziologia sconosciuta che provoca dolore, gonfiore, rigidità e perdita delle funzioni normali dell’articolazione colpita. Solitamente colpisce le parti simmetriche (se ne è affetta una mano o un ginocchio, lo sarà presto anche l’altra o l’altro) e molto spesso polsi e mani, ma può colpire anche altre articolazioni. Ogni paziente sperimenta sintomi e crisi diverse. Ci sono alcuni che hanno crisi per qualche mese, ma poi la malattia sparisce senza aver provocato grandi danni. Altri invece sperimentano lunghi periodi di crisi alternati a lunghi periodi di remissione; altri ancora, invece, sono costretti a convivere con la malattia per molti anni con un grado di severità alto e con una lenta ma inesorabile progressione verso il danno articolare e l’inabilità.

Tipici sintomi dell’artrite reumatoide sono le articolazioni gonfie e doloranti, stanchezza, febbre occasionale, senso di malessere generalizzato, movimenti limitati, rigidità mattutina, deformità alle mani e ai piedi. La causa, come si è detto, è ancora sconosciuta, ma coinvolge il sistema immunitario. La malattia può insorgere a qualsiasi età, ma il picco massimo si ha tra i 25 ed i 55 anni.

Sviluppo

Le articolazioni sane sono ricoperte da una capsula articolare che protegge l’osso sottostante. Questa capsula è piena di liquido sinoviale, che serve a lubrificare e nutrire la cartilagine stessa e l’osso.

Nell’artrite reumatoide, il sistema immunitario attacca le cellule sinoviali, provocando una reazione (l’infiammazione), detta sinovite, dando luogo ai tipici sintomi dell’artrite: gonfiore, arrossamento, dolore. Man mano che la malattia progredisce, le cellule sinoviali, divenute ormai abnormi, invadono e distruggono la cartilagine e l’osso dell’articolazione. Questo influenza anche i legamenti, i tendini ed i muscoli circostanti, che non riescono più a lavorare normalmente, dando luogo a dolore e deformità tipiche dell’artrite reumatoide.

Altre patologie collegate alla comparsa di artrite reumatoide sono la pleurite, con conseguente mancanza di fiato, l’anemia, dovuta all’insufficiente compito svolto dal midollo osseo nel produrre i globuli rossi, la vasculite reumatoide, che provoca a sua volta ulcere cutanee, gastriche, neuropatie, insufficienza cardiaca e infarto, pericarditee miocardite, con conseguente insufficienza cardiaca congestizia ed accumulo di liquidi nei polmoni.

Diagnosi

L’artrite reumatoide può risultare difficile da diagnosticare nei primi stadi perché non c’è un test specifico che identifichi la malattia e perché i sintomi potrebbero essere diversi da persona a persona. Inoltre, i sintomi sono in comune con altre patologie reumatiche e quindi, la malattia potrebbe essere facilmente scambiata per qualcos’altro. Il medico, quindi, utilizzerà un insieme di strumenti a sua disposizione per arrivare a porre diagnosi corretta. Innanzitutto, il colloquio con il paziente nella sua descrizione dei sintomi e del momento di insorgenza, della severità dei sintomi stessi e della loro progressione nel tempo è il punto di partenza standard per porre diagnosi, associato ad un attento esame fisico delle articolazioni, dei riflessi, dei muscoli.

Per quanto riguarda gli esami di laboratorio, l’esame più comune è il fattore reumatoide, un anticorpo presente nel sangue della maggior parte dei pazienti affetti da artrite reumatoide. Non tutti i pazienti risultano positivi a questo test, soprattutto se la malattia è insorta da poco, ed in alcuni che risultano positivi, invece, la malattia non si sviluppa. Altri test sono il fattore di sedimentazione degli eritrociti, la conta dei globuli bianchi, il test per l’anemia. La radiografia, invece, serve a determinare il danno all’articolazione; all’inizio, non è molto utile, ma serve in seguito per tenere sotto controllo la progressione della malattia. Può servire, infine, l’analisi del liquido sinoviale.

Trattamento

Ci sono diverse terapie per trattare l’artrite reumatoide, ma lo scopo è sempre lo stesso: ridurre il dolore e l’infiammazione, fermare il danno articolare e migliorare la qualità della vita dei pazienti. Innanzitutto, tanto il riposo quanto l’attività fisica sono importanti, e le due terapie vanno alternate a seconda dell’attività della malattia: a riposo quando la crisi è in atto, attività fisica, quando non lo è. Inoltre, anche una dieta ben bilanciata ha i suoi effetti positivi. Non c’è un alimento che possa incidere positivamente sull’andamento e sulla progressione della malattia, ma una dieta ricca di proteine e calcio aiuta senz’altro.

Molti pazienti assumono farmaci per ridurre il dolore o l’infiammazione; il grado di severità della malattia, le condizioni generali di salute del paziente, i risultati e gli effetti indesiderati dei farmaci prescritti faranno protendere il medico per l’uno o l’altro farmaco. Solitamente, vengono prescritte aspirine o altri FANS, riposo e riabilitazione fisica ed eventualmente, in seguito, nel caso di peggioramento della malattia, dei farmaci più forti.

La chirurgia viene invece riservata ai pazienti con danno severo. L’intervento può ridurre il dolore e migliorare la funzionalità dell’articolazione colpita, ma va sempre discusso per analizzarne i vantaggi e gli svantaggi.

 

Data pubblicazione 06/02/2007 0.00.00
Data ultima modifica 08/10/2009 15.24.00

Artrite reumatoide, le scale un nemico quotidiano

 

Le scale, un barattolo, i bottoni della giacca. Ecco i peggiori nemici per i circa 300 mila italiani che convivono ogni giorno con l’artrite reumatoide, malattia altamente invalidante che colpisce lo 0,5% della popolazione, con 18 mila nuovi casi registrati in un anno.

Una malattia che limita e che, soprattutto, modifica i progetti di vita: “basti pensare che il 9,1% dei pazienti dichiara di aver rinunciato al desiderio di maternità o paternità” - afferma la dottoressa Ketty Vaccaro, responsabile settore Welfare per la Fondazione Censis -.

“Questi pazienti sono costretti a una vita di rinunce e hanno nemici insospettabili che, nascosti nel bagno o sulla tavola della propria cucina, si trasformano spesso in barriere insormontabili“, commenta Vaccaro nel corso di una conferenza stampa che a Roma ha presentato l’imminente Congresso Europeo di Reumatologia, illustrando l’aggiornamento del Rapporto Sociale sull’Artrite Reumatoide realizzato dal Censis, in collaborazione con la Società Italiana di Reumatologia (SIR) e l’Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMAR), con il sostegno incondizionato di Roche.

Il 42,3% degli intervistati dichiara di provare difficoltà a salire pochi piani di scale; il 31,9% ad aprire un barattolo; il 26,4% non riesce a guidare la propria automobile o a prendere i mezzi pubblici. Il 19,3% del campione non riesce ad allacciarsi le scarpe; per il 17,7% il bagno o la doccia in autonomia “diventano un incubo“; il 15,5% ha difficoltà a fare il bucato in lavatrice ed il 14,9% degli intervistati non riesce ad abbottonarsi la camicia.

Inoltre - prosegue l’esperta del Censis - il 42,9% del campione ha indicato che il primo impatto della malattia ha a che vedere con la socialità (26,7% nei pazienti fino a 44 anni); essere un peso per gli altri è il primo effetto, secondo il 28,2% dei pazienti e il disagio nella vita sessuale una conseguenza limitante, per il 26,7%“.

E ancora: circa il 15% riscontra qualche volta difficoltà perfino a pulirsi la bocca con un tovagliolo (mentre il 3,3% non ci riesce mai o quasi mai); l’8% - prosegue l’indagine - non può pettinarsi e più del 7% non è in grado di infilarsi un pullover senza essere aiutato.

Questa malattia - conclude la dottoressa Vaccaro - poco conosciuta e poco discussa, è appena accennata anche nel Piano Sanitario Nazionale; eppure si tratta di una patologia che mette a rischio la quotidianità dei soggetti, modificandone, e spesso in età molto giovane, la socialità, il disegno di vita e il futuro dei propri affetti“.

Per approfondire:

Gengivite

 

Che cos’è

La gengivite è un’infiammazione locale delle gengive che circondano i denti. Le gengive sane hanno un colorito roseo e non sanguinano durante lo spazzolamento e l’uso del filo interdentale.

Quali cause

La gengivite è causata dalla placca batterica che si stabilizza tra i denti e le gengive, coma una pellicola tenace. Al prolungato contatto con gli acidi velenosi prodotti dai batteri la gengiva si infiamma sempre di più ed incomincia a sanguinare anche al semplice contatto con lo spazzolino. Nel tempo, la placca non rimossa si calcifica diventando tartaro che irrita sempre di più la gengiva.

I fattori che favoriscono lo sviluppo della placca batterica sono l’inadeguata igiene orale e le malposizioni dei denti, in quanto risulta più disagevole lo spazzolamento.

Come si presenta

Le gengive malate si presentano gonfie ed arrossate e quando si esegue lo spazzolamento o il passaggio del filo interdentale (filaggio) possono sanguinare.

Evoluzione

La placca batterica non rimossa con le manovre di igiene si indurisce e calcifica, formando incrostazioni che possono essere rimosse solo dal dentista. Queste incrostazioni vengono chiamate “tartaro”. Dopo essersi formato, il tartaro si addentra sotto la gengiva dove si possono formare delle tasche in cui la placca continua ad accumularsi. Queste possono approfondirsi al punto tale che la gengiva si ritira e lascia scoperta la radice del dente (recessione delle gengive) che diventa estremamente sensibile. Inoltre, le tasche con profondità superiore a 3 millimetri sono difficili da pulire e perciò diventano ricettacolo di batteri. Una bevanda calda o molto fredda o anche il contatto con lo spazzolino possono provocare sensazioni molto spiacevoli se non addirittura dolore. Se non si interviene tempestivamente, la distruzione della gengiva e dell’osso di sostegno dei denti porterà alla progressiva mobilità fino alla perdita del dente.

Problemi associati

A seguito della gengivite si verifica un gonfiore ed un sanguinamento crescente delle gengive che spesso impedisce le normali manovre di igiene domiciliare con lo spazzolino. Diventando infatti le gengive fastidiose o dolorose, il paziente è spesso indotto a non lavarsi i denti, accrescendo il problema per ulteriore accumulo di placca. Inoltre la gengivite può portare, nelle fasi più gravi ed avanzate, all’esposizione delle radici dei denti che diventano sensibili alla temperatura ed ai cibi dolci/salati. Nelle fasi ancora più gravi, la gengivite può evolvere verso la parodontite che porterà alla crescente mobilità dei denti.

Cosa fare

Rivolgersi al proprio odontoiatra di fiducia ed evitare l’uso di prodotti specifici senza prescrizione medica.

Come si previene

Per prevenire l’insorgenza della gengivite è necessario eseguire una corretta igiene orale domiciliare dopo ogni pasto principale. Lo spazzolino e il dentifricio sono i principali strumenti di prevenzione dentale, sia per i disturbi gengivali che per la carie. È bene farsi prescrivere dal proprio odontoiatra o igienista dentale di fiducia lo spazzolino e il dentifricio più indicato per la propria situazione dentale e/o gengivale: gengive sanguinanti, tendenza al tartaro, denti sensibili.

È bene coadiuvare l’igiene orale domiciliare con l’uso del filo interdentale. Quest’ultimo consente la rimozione della placca tra un dente e l’altro e lungo il bordo gengivale.

In alcune condizioni gengivali, l’odontoiatra prescriverà l’uso di un colluttorio specifico o di alcune paste gengivali per ridurre l’infiammazione locale.

Per prevenire l’insorgenza di malattie alle gengive ed ai denti è fondamentale effettuare una visita di controllo periodica presso il proprio odontoiatra di fiducia. Ricordate che le operazioni di igiene orale non sono istintive. Esse sono un’abitudine da imparare attraverso le istruzioni che vi verranno fornite dall’odontoiatra o dall’igienista dentale durante la visita.

Ansia, stress e attacchi di panico… costa fatica la maturità per migliaia di giovani italiani

 

I nemici dello studio non Esamedi maturitàaccompagnano gli studenti solo nella famosa “notte prima degli esami” : ansia, calo dell’attenzione e panico sembrano, infatti, essere i protagonisti dei giorni che anticipano gli esami di maturità del 2010.

L’errore della maggior parte dei maturandi è quello di chiudersi in casa e studiare a più non posso fino al fatidico giorno. Niente di più sbagliato. Leggere e stare davanti allo schermo del PC giorno e notte non può che confondere e, quindi, trasformarsi in uno dei peggiori incubi degli studenti: il “panico da non ricordo“.

Come evitarlo? È fondamentale non stravolgere le proprie abitudini, dando spazio anche allo svago e alla distrazione, anche solo un’ora al giorno. Focalizzarsi solo sullo studio può sortire gli effetti contrari e produrre risultati indesiderati: panico, stress e crollo psico-fisico.

È bene invece organizzarsi e gestire la giornata in modo da ritagliarsi momenti di svago: è sbagliato saltare i pasti e interrompere l’attività fistudio disperatosica.

Inoltre bisogna evitare di affidarsi ai medicinali per combattere l’ansia o l’insonnia o aumentare il consumo di caffé e sigarette e, così, dormire di meno, saltando i pasti.

Ecco le tre regole da non dimenticare:

  • dormire un numero di ore sufficiente
  • non saltare i pasti (prediligendo cibi leggeri che apportano proteine e vitamine utili per “tenere sveglia la mente“)
  • concedersi pause quando la stanchezza cresce.

Va bene allenare la mente ma si rischia di sovraccaricarla di informazioni e mandarla in tilt.

La concentrazione e l’energia mentale si preservano solo con ritmi di vita stabili, senza sconvolgere le proprie abitudini e soprattutto organizzando il lavoro. Strafare in poche ore non migliora i risultati; al contrario è consigliabile programmare e organizzarsi mentalmente lo studio, suddividendo l’impegno nell’arco delle settimane.

E se lo studente viene colpito dal temuto vuoto di memoria?

Sudorazione, battito accelerato e confusione mentale: per questo inconveniente non c’è studio che tenga, l’emotività appartiene ai più bravi come ai più svogliati. Gli esperti sconsigliano medicinali e cure anti-stress, preferendo, anche in questo caso, attività fisica e qualche minuto di evasione.

Insomma passano gli anni, le generazioni si succedono ma il monito resta lo stesso: mens sana in corpore sano…e buona maturità a tutti!

ALTRI CONTENUTI DA CONSULTARE:

Acidi grassi Omega-3 per proteggere il cuore

 

Mangiare il pesce e assumere integratori per assicurarsi la giusta quantità di acidi grassi Omega-3 è un’ottima abitudine, soprattutto per chi soffre di disturbi cardiovascolari. Tuttavia, uno studio norvegese ha dimostrato che non è necessario eccedere nell’assunzione di Omega-3 perché la loro efficacia non aumenta al superare di una certa soglia.

Questo nuovo studio, condotto presso l’Università di Bergen e coordinato da Mari Manger, ha analizzato i dati relativi a circa 2400 norvegesi, per l’80% uomini, che erano stati ricoverati per disturbi cardiaci, e ha preso in considerazione la quantità di pesce consumato abitualmente dai partecipanti, nonché l’abitudine ad assumere integratori di olio di pesce.

Monitorando i pazienti per cinque anni, gli studiosi hanno concluso che solo chi mangiava minime quantità di pesce (il 2% del campione) vedeva aumentare il proprio rischio di attacco cardiaco e altre complicazioni e che, in generale, non si registrava alcuna correlazione tra le quantità di Omega-3 assunte e il rischio cardiaco. Secondo gli esperti è consigliabile mangiare pesce almeno due volte alla settimana.

Per approfondire: